Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana è il nome con cui oggi in Occidente si conosce uno dei gruppi di opposizione meglio organizzati contro lo Stato iraniano. Nasce nel settembre 1965 con il nome di Mojahedin del Popolo Iraniano (in breve MEK), fondato da un gruppo di studenti dell’Università di Teheran guidati da Massud Rajavi. Il gruppo sostiene un’ideologia islamista-marxista e fa dell’opposizione allo Shah, all’imperialismo statunitense e al sionismo la propria ragion d’essere. Nella primavera del 1970, i suoi membri si recano nei campi palestinesi in Giordania e in Libano per ricevere l’addestramento militare da Fatah, trasformandosi così in guerriglieri (Alavi 2021, p. 6).

Durante questo periodo, il gruppo organizza attacchi terroristici contro diplomatici e militari statunitensi, uccidendo decine di membri del personale militare americano. Il 24 gennaio 1973, ad esempio, provoca esplosioni presso l’ufficio della Pan American Airlines, presso quello della Shell Oil Company e presso l’Hotel International (Abrahamian 1982, pp. 141-142), per poi colpire, negli anni successivi, numerosi uffici legati al regime Pahlavi. Quest’ultimo reagisce arrestando e imprigionando i militanti del MEK. Massud Rajavi, inizialmente condannato a morte e in seguito all’ergastolo, diventa una figura di riferimento all’interno del carcere, dove il suo pensiero comunista e anti-statunitense trova ampio seguito. Questo spirito anti-americano si manifesta nuovamente nel novembre 1979, quando i militanti del gruppo partecipano all’assalto all’ambasciata statunitense a Teheran (Regencia 2018; Thomas 2025), nel clima di mobilitazione contro gli Stati Uniti promosso dall’Ayatollah Khomeini, Guida Suprema della nascente Repubblica Islamica.

Tuttavia, questa iniziale alleanza tra il MEK e Khomeini, formatasi grazie alla comune causa anti-imperialista e al terzomondismo, lascia presto il posto ad un’acerrima inimicizia. Nel 1980 si crea infatti una scissione tra Massud Rajavi e Khomeini, poiché Rajavi non condivideva il principio fondante della Repubblica Islamica dell’Iran, ovvero la Wilayat al-Faqih (lett. “Tutela del giurista”). In occasione delle elezioni presidenziali del 1980, Massud si candida, ma Khomeini gli impedisce di parteciparvi, ritenendolo contrario alla Costituzione iraniana. Il contrasto tra i due spinge presto il MEK ad abbracciare la lotta armata.

Ha così inizio, nei primi anni Ottanta, una stagione di violenza e attentati terroristici in cui perdono la vita sia politici che civili. Il 28 giugno 1981, ad esempio, il MEK fa esplodere una bomba nella sede del Partito della Repubblica Islamica, uccidendo 74 persone – incluso il fondatore del Partito, Mohammad Beheshti – e ferendone altre 28.

Nell’agosto dello stesso anno, il gruppo orchestra un’altra esplosione presso l’ufficio del Primo Ministro iraniano, assassinando otto persone, tra cui il Presidente Muhammad Ali Rajai e il Primo Ministro Muhammad Javad Bahonar. In questo attentato perdono vita anche diversi civili nelle strade di Teheran e 23 persone ne restano ferite. Quest’ultimo episodio segna profondamente Alì Khamenei, futura Guida Suprema della Repubblica Islamica ma, all’epoca, privo di incarichi politici di primo piano. L’attentato gli provoca una paralisi permanente al braccio destro e ne rafforza l’immagine pubblica, favorendone la successiva elezione alla Presidenza della Repubblica nel 1981.

In seguito a questo clima di terrore, l’Ayatollah Khomeini ordina l’arresto dei membri del MEK. In arresto, quelli che non si dissociano dall’organizzazione vengono giustiziati. Di conseguenza, i membri del MEK fuggono a Parigi, dove adottano il nome d’arte di Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana.

Tra il 1985 e il 1986, un gruppo armato legato a Hezbollah rapisce giornalisti e cittadini francesi a Beirut, nel tentativo di fare pressione sul governo francese affinché cessasse di fornire armi a Saddam Hussein, allora in guerra contro l’Iran (Levitt 2015, pp. 57-61). Di conseguenza, la Francia espelle i membri del MEK come gesto di favore nei confronti dell’Iran, allo scopo di ottenere il rilascio degli ostaggi. Il MEK si trasferisce quindi in Iraq, stabilendosi nel campo di Ashraf, nel nord del Paese. Secondo le testimonianze dei disertori, in questo campo i membri del gruppo vengono sottoposti a varie forme di abuso, tortura e violenza sessuale, perpetrate dai vertici dell’organizzazione, ovvero Massud e Maryam Rajavi. Ai militanti viene imposto un voto di celibato perpetuo: chi è sposato deve divorziare, chi non lo è deve giurare di non sposarsi mai e di non avere figli; chi ha già figli o parenti deve abbandonarli. Queste regole rimangono in vigore ancora oggi in Albania, dove il gruppo risiede attualmente, e non mancano testimonianze di disertori che raccontano di non avere notizie dei propri familiari da decenni (Al Jazeera 2019; Pressly e Kasapi 2019).

Paradossalmente, Maryam e Massud si sposano nel 1985, giustificando l’unione come un’esigenza ideologica piuttosto che personale.

Secondo un’inchiesta del Guardian (confermata anche da altre testate), durante la loro permanenza in Iraq, Maryam non si limitava a costringere le donne ad abbandonare i mariti, ma le obbligava a diventare concubine di suo marito Massud Rajavi. Queste sono le testimonianze raccolte da ex membri del MEK (Merat 2017). Esiste inoltre un rapporto secondo cui le donne sarebbero state talvolta costrette a sottoporsi a isterectomia, per impedire loro di avere figli (Hussain e Cole 2020).

Inoltre, nel campo di Ashraf vigeva il divieto di leggere testi di psicologia, di consultare i giornali, di ascoltare la radio o di guardare la televisione: l’unica fonte di informazione consentita erano i discorsi di Massud Rajavi. I membri erano sottoposti ad un rigido controllo psicologico e, in caso di dissenso, ricevevano punizioni (Perteghella 2018).

Per questo motivo, numerosi osservatori (tra cui Elizabeth Rubin e Barbara Slavin, direttrice della Future of Iran Initiative) sottolineano come il MEK, più che un’organizzazione politica, assomigli a una setta religiosa fondata sul culto della personalità del leader. Maryam Rajavi non risponde mai alle domande dei giornalisti, e i reali meccanismi di governo interni all’organizzazione restano tuttora poco chiari (Regencia 2018; Merat 2017).

Durante la permanenza nel campo di Ashraf, i membri del MEK offrono inoltre supporto militare alla guerra di Saddam Hussein, lanciando più di 100 attacchi contro basi militari iraniane. Grazie a cellule segrete operative all’interno dell’Iran, contribuiscono a identificare gli obiettivi da colpire. Il gruppo conduce inoltre diversi raid lungo il confine iraniano (Al Jazeera 2018), attacchi nei quali perdono la vita anche civili iraniani.

Nel luglio 1987, sei giorni dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva chiesto un cessate il fuoco per porre fine alla guerra Iran-Iraq, Saddam attacca Khorramshahr, nel sud-ovest dell’Iran, per aprire la strada al MEK e permettergli di conquistare il Paese. Massud Rajavi dichiara che in 48 ore avrebbero conquistato Teheran penetrando da sud, ma l’operazione viene sconfitta dall’esercito iraniano (Yaghoobi 2012).

Dopo la fine della guerra Iran-Iraq, il MEK continua ad usare il campo di Ashraf come base per attaccare gli uffici diplomatici iraniani all’estero. In undici Paesi, inclusa la sede della missione iraniana presso l’ONU a New York, il gruppo assassina diplomatici iraniani (Thomas 2025).

Nel 1993, Massud designa Maryam come futura Presidente dell’Iran, in vista del crollo dello Stato iraniano, per un periodo di transizione che sarebbe durato fino alla formazione dell’Assemblea costituente e allo svolgimento di elezioni presidenziali (Archivio 2026).

Nonostante la presenza dei propri leader in Iraq, le cellule terroristiche del MEK rimangono attive in Iran e organizzano varie operazioni che, nel corso degli anni, provocano numerosi civili feriti e morti. Tra queste, l’esplosione avvenuta il 20 giugno 1994 nel mausoleo dell’Imam Reza a Mashhad. L’attentato avviene nel giorno di Ashura, quando migliaia di pellegrini di diverse nazionalità si recano al mausoleo per partecipare ai rituali di lutto. L’esplosione causò 26 morti e 200 feriti.

È verso la fine degli anni 90 che il MEK diventa di nuovo una sorta di oggetto di scambio di favori tra gli Stati. Nel 1997, il Segretario di Stato Madeleine Albright e l’amministrazione Clinton, intenzionati a migliorare le relazioni con l’Iran, inserirono il MEK nella lista delle organizzazioni terroristiche (Thomas 2025). La decisione di Clinton fu motivata anche dall’ascesa del Presidente riformista Khatami in Iran. Tale scelta fu inoltre dettata dalle trattative di pace tra Palestina e Israele  (si pensi agli accordi di Oslo del 1993) e dalla speranza che l’Iran non le ostacolasse. Va inoltre ricordato che, verso la fine degli anni Novanta, Saddam Hussein, principale sostenitore del MEK, era ormai caduto in disgrazia agli occhi dell’Occidente.

Le ostilità tra il MEK e l’Iran proseguono negli anni successivi: nel 2002, attraverso attività di spionaggio, il gruppo fornisce a Israele informazioni sul programma nucleare iraniano (Porter 2014). Israele trasmette successivamente queste informazioni alle Nazioni Unite. Hersh (2012) conferma di aver appreso, dall’allora direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Mohamed ElBaradei, che le informazioni sulle attività nucleari iraniane gli erano state fornite dal Mossad. In questo modo, il MEK contribuisce in maniera determinante alle tensioni tra l’Iran e l’Occidente sulla questione nucleare, tensioni che perdurano ancora oggi.

Dopo l’attacco statunitense all’Iraq nel 2003, Massud Rajavi scompare e, ancora oggi, non si sa se sia vivo o morto. Da quel momento, sua moglie Maryam Rajavi diventa il leader dell’organizzazione. In assenza di Saddam, i membri del MEK temono di essere arrestati dalle forze iraniane e si pongono quindi sotto la protezione dell’esercito statunitense, accettando in cambio il proprio disarmo.

Nel 2010, mentre le forze statunitensi iniziano a ritirarsi progressivamente dall’Iraq, i militanti del MEK, temendo di essere uccisi dalle autorità iraniane, con la mediazione degli Stati Uniti, prima del ritiro completo americano, si trasferiscono in Albania. Così si chiude una stagione importante della vita del MEK, ovvero 30 anni di permanenza in Iraq. In Albania riescono progressivamente a migliorare l’immagine pubblica dell’organizzazione in Occidente.

Nonostante il disarmo, il gruppo continua le proprie attività di spionaggio in Iran. Nel febbraio 2012, NBC News rivela che gli scienziati nucleari iraniani venivano assassinati dal Mossad grazie alla collaborazione del MEK, i cui membri non si limitavano allo spionaggio, ma partecipavano attivamente alle operazioni omicide. Il modus operandi prevalente consisteva nell’attaccare gli scienziati la mattina, mentre si recavano al lavoro: motociclisti applicavano esplosivi alle loro auto. NBC News riporta inoltre, citando fonti ufficiali statunitensi, che il MEK risultava finanziato, addestrato e armato da Israele (Engel e Windrem 2012).

Infatti, nell’aprile 2012, il giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh rivela che, nel 2005 (quando il MEK si trovava ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti), era stato allestito un sito di addestramento a circa 100 km a nord-ovest di Las Vegas, scelto per il suo clima simile a quello montuoso e desertico del nord-ovest dell’Iran, dotato anche di un aeroporto privato per Boeing 737. In questo luogo, il JSOC (Joint Special Operations Command) addestrava i membri del MEK. Dato che l’organizzazione era ancora formalmente classificata come terroristica, l’addestramento doveva svolgersi in segreto, in un luogo isolato. Questo corso di 6 mesi ha incluso crittografia, comunicazioni, tattiche militari e uso di armamenti.

Nel settembre 2012, grazie al potere di lobbying di Maryam Rajavi, Obama e Hillary Clinton (all’epoca Segretario di Stato) rimuovono il MEK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Questa decisione arriva dopo che il MEK ha speso milioni di dollari in una campagna senza precedenti di donazioni politiche alle lobby di Washington e di pagamenti a funzionari dell’amministrazione Obama e membri del Congresso (McGreal 2012). Secondo un’inchiesta del Guardian, diversi funzionari statunitensi avrebbero ricevuto migliaia di dollari per tenere discorsi pubblici a favore del MEK; le donazioni sarebbero arrivate da cittadini iraniani residenti negli Stati Uniti e simpatizzanti del gruppo (McGreal 2012; Thomas 2025). Secondo un’altra ipotesi, i veri finanziatori sarebbero gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita: una tesi sostenuta da un ex membro del MEK. Sebbene l’organizzazione neghi di ricevere finanziamenti di questo tipo (Al Jazeera 2019).

Da quando è stato rimosso dalla lista dei gruppi terroristici, il MEK gode dell’appoggio di numerosi senatori repubblicani, tra cui Mike Pompeo e John Bolton.

Nelle proteste del gennaio 2026, il gruppo svolge un ruolo chiave nel tentativo di trasformare in violente le manifestazioni spontanee, scoppiate a causa dell’inflazione fuori controllo, provocata sia dalla corruzione del sistema statale iraniano sia dalle sanzioni internazionali. L’ex ufficiale della CIA John Kiriakou ha confermato che Israele si sarebbe servito del MEK per destabilizzare l’Iran dall’interno (Mavridis 2026).

Secondo diverse fonti, oggi in Iran il MEK gode di scarsissima popolarità, a causa del suo storico schieramento al fianco di potenze straniere come Saddam, Israele e gli Stati Uniti (Mavridis 2026). Un altro motivo della sua impopolarità è la natura comunista e settaria dell’organizzazione (Regencia 2018). Ciononostante, i vertici del MEK sostengono che durante le proteste del gennaio 2026 alcuni manifestanti abbiano inneggiato al nome del gruppo.

Sebbene sia molto malvisto in Iran, il MEK mantiene un notevole potere di lobbying e intrattiene alleanze sia negli Stati Uniti sia in Europa: Maryam Rajavi continua infatti a essere ricevuta in numerose cancellerie europee. Oggi il gruppo si presenta come un movimento democratico e filo-occidentale, e ha adottato una bandiera con il simbolo del Sole e del Leone per richiamare il legame con il passato pre-rivoluzionario dell’Iran (la stessa bandiera usata sotto la dinastia Pahlavi, e oggi dai sostenitori del ritorno della monarchia dei Pahlavi). Questa scelta rappresenta uno degli aspetti più paradossali della storia del gruppo: il MEK ha infatti abbandonato la propria bandiera storica, che recava versetti del Corano e simboli comunisti, ben consapevole della diffusa islamofobia presente sia tra gli iraniani sia in Occidente. Ha anche abbandonato la ragion d’essere originale, ovvero il terzomondismo e la lotta armata all’imperialismo statunitense.

Nonostante condivida la stessa bandiera con i Pahlavi, il rapporto del MEK con quest’altro principale gruppo di opposizione, tornato visibile negli ultimi anni, resta pessimo: entrambi competono per la conquista del potere in Iran e si accusano reciprocamente di essere mercenari al servizio di potenze straniere.

Non è un caso isolato, quello del MEK. Il caso più recente e per certi versi più impressionante è quello di Abu Mohammad al-Jolani, oggi Ahmad al-Sharaa: ex comandante di al-Nusra, affiliata ad al-Qaeda, con una taglia da 10 milioni di dollari sulla testa, offerta dagli stessi Stati Uniti che oggi lo trattano come capo di Stato legittimo dopo la caduta di Assad. Come Maryam Rajavi, anche al-Sharaa ha cambiato look, linguaggio e narrativa pubblica, trasformandosi da jihadista a interlocutore “pragmatico” per le cancellerie occidentali. In entrambi i casi, la metamorfosi non è soltanto il prodotto del calcolo opportunistico dei soggetti coinvolti, ma anche, e forse soprattutto, dell’opportunismo dell’Occidente stesso, sempre pronto ad applicare la logica per cui il nemico del mio nemico è amico, indipendentemente da quanto sangue ci sia nel passato del nuovo alleato. Poco importa che il MEK abbia ucciso cittadini e militari statunitensi negli anni Settanta, che sia stato addestrato dall’OLP nei campi palestinesi, o che abbia condiviso per decenni un’ideologia marxista-islamista radicalmente anti-occidentale: nel momento in cui la sua utilità contro l’Iran è diventata evidente, la sua storia è stata silenziosamente archiviata. Allo stesso modo, il passato jihadista di al-Sharaa è bastato a renderlo per anni un nemico da eliminare, ma è bastato altrettanto poco perché diventasse, dall’oggi al domani, un partner presentabile, una volta che la sua fazione si è rivelata lo strumento più efficace per rovesciare un regime ostile.

La vera metamorfosi, in fondo, non è soltanto quella di chi cambia bandiera, linguaggio o nemici dichiarati: è quella di un Occidente capace di riscrivere il passato dei propri alleati ogni volta che la geopolitica lo richiede, trasformando i terroristi di ieri nei moderati di oggi, senza che nessuno sia davvero tenuto a spiegare come – o se – sia avvenuta una reale conversione.


Riferimenti

Alavi, Seyed Ali, Iran’s Relations with Palestine: Past, Present, Future, “Arab Center for Research and Policy Studies”, 11 giugno 2021, pp. 1-26.

Al Jazeera, Explainer: What is the MEK, the Iranian Opposition Group?, YouTube, 2019, https://youtu.be/fZFmClSwAUQ?si=51zSYEeejEOrW7Le 

Archivio dei documenti del MEK, consultato il 29 giugno 2026: https://web.archive.org/web/20170814140228/http://www.iranncr.org/index.php/2010-02-23-11-04-57/2010-02-23-12-25-07/1986-61372-7

Engel, Richard, and Robert Williams, Israel Teams with Terror Group to Kill Iran’s Nuclear Scientists, US Officials Tell NBC News, “NBC News”, 9 Febbraio 2012.

Hersh, Seymour, Our Men in Iran?, “The New Yorker”, 5 Aprile 2012.

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Levitt, Matthew, Hezbollah: The Global Footprint of Lebanon’s Party of God, Georgetown University Press, 2015.

Mavridis, Georg, Iran: Israel-Funded Terror Group MEK Behind Uprisings?, “Truthlytics”, 30 January 2026.

McGreal, Chris, MEK Decision: Multimillion-dollar Campaign Led to Removal From Terror List, “The Guardian”, 21 Settembre 2012.

Merat, Arron, Terrorists, Cultists or Champions of Iranian Democracy? The Wild Story of the MEK, “The Guardian”, 2017.

Pertegella, Annalisa, Iran: chi sono i Mojaheddin-e Khalq, i radicali sostenuti dai falchi USA, “ISPI”, 28 luglio 2018.

Porter, Gareth, Manufactured Crisis: The Untold Story of the Iran Nuclear Scare, Just World Books, 2014.

Pressly, Linda, e Albana Kasapi, The Iranian Opposition Fighters who Mustn’t Think about Sex, “BBC”, 11 novembre 2019.

Regencia, Ted, MEK’s Violent Past Looms over US Lobby for Regime Change in Iran, “Al Jazeera”, 29 March 2018.

Thomas, Clayton, The Mojahedin-e-Khalq (MEK) or People’s Mojahedin Organization of Iran, “Congressional Research Service”, 25 February 2025.

Yaghoobi, Jalal, Zamine ha va Natayej-e Amaliyat-e Forugh-e Javidan, “BBC Persian”, 03/06/2012, https://www.bbc.com/persian/iran/2012/07/120730_l39_foroogh-javidan_yaghoobi