«Dov’è casa? Nelle mura di pietra o nella mente? È dove eravamo o dove siamo? È il luogo dei ricordi felici o delle perdite tragiche? È un luogo fisico o nel mondo delle idee? È la nostalgia del passato o il nostro desiderio per il futuro? La casa dei viaggiatori, migranti, popoli delle tende dov’è?»
Ero a casa, a Roma, e sentivo il suono del caffè che usciva dalla caffettiera, quando ho ricevuto un messaggio da papà; conteneva un’immagine scattata dalla finestra del suo ufficio, al dodicesimo piano. Nell’immagine si vedeva una bomba appena esplosa e il fumo tra i grattacieli di Teheran, una bomba come quelle che, ormai, durante questo genocidio televisivo, vediamo sui nostri social, sembrandoci così lontano. Erano le 8:20 del 28 febbraio 2026. Lo chiamo subito e mi dice che stanno raccogliendo le loro cose per uscire dall’ufficio. Stacco e telefono a mamma che vive da sola. Mi dice: «Non ti preoccupare amore mio, io sono forte». Ed è vero, lei è fortissima quando mi vuole convincere che passerà.
Chiudo la chiamata e chiamo la mia migliore amica. È una madre single: ha perso suo marito l’anno scorso e ha una bambina di otto anni. Lei, al contrario di mia madre, piangeva. Continuava a ripetere: «Sto correndo a prendere la bambina da scuola. Le strade sono piene dei genitori che corrono a prendere i loro figli da scuola…». Poi le comunicazioni si sono interrotte.
Gli Stati Uniti e il loro partner criminale, nel primo giorno della guerra illegale contro il nostro Paese, hanno colpito il leader supremo di uno Stato sovrano e, allo stesso tempo, una scuola elementare di Minab, in una delle zone più povere del sud dell’Iran.
Gli Stati Uniti hanno colpito la scuola tre volte. Dopo la prima bomba, la Preside aveva avvisato i genitori e, come mi raccontava una mia amica, ovunque madri e padri correvano per mettere in salvo i propri figli sopravvissuti. Ma a Minab le bombe sono arrivate una seconda e una terza volta. Per molte bambine e molti bambini, per alcune delle loro insegnanti e per alcuni dei loro genitori, non c’è stato il tempo di salvarsi.
Hanno ucciso 168 bambine e bambini, alcune insegnanti, alcuni genitori, un autista del servizio scolastico e un tecnico della farmacia vicina alla scuola che era intervenuto per aiutare. Per settimane Trump e Netanyahu hanno negato ogni responsabilità e, con il loro consueto vizio di confondere le informazioni, hanno persino insinuato che fosse stato l’Iran stesso a colpire la scuola, perché nella loro narrazione i terroristi sono sempre gli altri.
Un campo di terra scavata. File ordinate di aperture nel terreno, una accanto all’altra, come se la guerra avesse imposto al paesaggio il proprio ordine brutale. Da lontano sembrano segni astratti, quasi una griglia; ma appena ci si avvicina, ogni vuoto torna a essere irriducibilmente singolare.
Quello che ho descritto era l’immagine del cimitero dei bambini di Minab: una distesa di terra scandita da fosse regolari che segnano il luogo destinato ad accogliere le bambine e i bambini uccisi: la loro casa terrena, l’ultima che avrebbero avuto.

«L’arte è l’unica cosa che resiste alla morte», disse André Malraux. Credo che anche Parastoo, forse inconsapevolmente, abbia pensato ogni giorno a questa verità mentre dipingeva uno dopo l’altro i ritratti di quei bambini, cercando i loro nomi, le loro storie, i loro volti, e rendendoli immortali.

Parastoo Pakzad, I bambini di Minab, 2026
Mi racconta di un padre che diceva: «Il mio tesoro stringeva in mano la sua scatola di matite colorate»; di uno zaino rosa appartenuto a una bambina; di una madre che era andata sull’isola vicina per comprare al figlio un vestito nuovo per la festa di Nowruz e che quel vestito lui non l’avrebbe mai indossato.
Di un padre che era lontano per lavoro e che ripeteva: «Papà è tornato e tu non ci sei». Di una madre che raccontava un sogno: «Correvo in un deserto pieno di alberi secchi». E di un’altra che diceva: «Gli occhi di mio figlio erano come la pioggia».

Parastoo Pakzad, I bambini di Minab, 2026
Quando dico a Parastoo che il suo lavoro è una testimonianza poetica ma anche politica, mi risponde che queste vite e questi volti sono stati per lei un rito, una cura, una salvezza; un modo per non perdere la ragione nel dolore. Ogni giorno, nel lavorare sui chiaroscuri di un volto, su un sorriso, sugli occhi, sulla posa, sui vestiti, restituiva qualcosa della dignità di questi piccoli angeli.

Parastoo Pakzad, I bambini di Minab, Illustrazione digitale, 2026
A partire dai ritratti dei bambini, realizzati dapprima come disegni digitali e successivamente anche a matita, l’artista ha creato un video ispirato alla fiaba del folclore persiano di Nane Sarma (la Nonna del Gelo) e Amu Nowruz (lo Zio Nowruz), che racconta il passaggio dall’inverno alla primavera.
I disegni e il video sono stati presentati negli spazi della Società Lunare1 in occasione del festival Common Ground2, in Umbria.
Sì, l’arte, nel suo testimoniare, pur nella consapevolezza dell’immediata inutilità pratica di un gesto come questo e pur non avendo gli strumenti per fermare le bombe, continua ad affermare che la cura dedicata a ogni volto e a ogni vita spezzata è il nostro contributo possibile all’emancipazione, all’amore e alla pace.
Il video dell’artista si apre con Naneh Sarma (Nonna del Gelo; figura del folklore persiano associata all’inverno e al rinnovamento stagionale) che prepara la casa per l’arrivo di Amu Nowruz3. Secondo la leggenda, Nane Sarma aspetta Amu Nowruz (Zio Nowruz; lo spirito del Capodanno persiano celebrato il primo giorno della primavera), ma quando lui arriva lei si addormenta, e i due non riescono mai a incontrarsi. È una favola che racconta il passaggio ciclico delle stagioni.
Per i bambini di Minab la storia assume un significato ancora più doloroso. Furono uccisi il 28 febbraio, alla vigilia della primavera. Nei racconti dei genitori ricorrono i vestiti nuovi comprati per Nowruz e mai indossati, le feste che non si sono mai celebrate, i giorni felici che non sono mai arrivati. La loro primavera è rimasta sospesa.

Parastoo Pakzad, Illustrazione per il libro Amu Nowruz e Naneh Sarma
Nel video, però, Parastoo immagina un altro finale. Uno dopo l’altro, i bambini salgono sui tappeti volanti delle fiabe persiane e si allontanano verso un cielo stellato.
Ad accompagnarli c’è una ninna nanna in farsi e, ad ogni ritornello, viene pronunciato il nome di uno di loro:
«Ninna nanna, tesoro mio, è l’ora del sonno. Ninna, Gisoo; ninna, Arash; Ashkan; ninna nanna, Reyhaneh. Dormi, amore mio, Sobhan. È l’ora del sonno. Domani arriverà. Domani arriverà».

Parastoo Pakzad, I bambini di Minab (videoclip), La società lunare, © Andrea Fogli
Quel domani che la guerra ha negato ai bambini di Minab, il video prova a restituirlo con la memoria. Non come consolazione, ma come un gesto d’amore e di resistenza contro l’oblio.
Perché ogni volta che il nome di uno di quei bambini viene pronunciato, è una vita che continua a risuonare nella memoria. «L’uomo il cui nome è detto resta in vita», scriveva Gianni Rodari.
- https://www.lasocietalunare.it/about_la_societa_lunare/ ↩︎
- https://www.italiachecambia.org/news/common-ground-festival/ ↩︎
- Il Nowruz (scritto anche Nawruz, Norouz o Newroz) è il capodanno persiano. Considerato una delle feste più antiche del mondo, coincide astronomicamente con l’equinozio di primavera (solitamente il 21 marzo) e celebra la rinascita della natura e la vittoria della luce sull’oscurità. ↩︎
