Su PressTV, la tv di stato iraniana in lingua inglese, è comparso nel fine settimana un nuovo video in stile Hollywood anni Novanta, che racconta la versione iraniana di un attacco del 2 marzo scorso a una base USA nel Kuwait (forse Camp Buehring). Vi si magnificano i gravissimi danni che la missione avrebbe provocato a quelle strutture militari con l’impiego di due F5, vecchio modello americano rimodernato in Iran, e di missili e droni. Il video si accompagna ad altri, diffusi nelle scorse settimane, fra cui quello che racconta nello stesso stile una presunta e fallimentare missione USA, sovrapposta a quella per il recupero di un pilota disperso, per recuperare nell’Iran centrale i 440 kg di uranio altamente arricchito che il Presidente Trump chiede a Teheran di consegnare.

Al di là della veridicità o verosimiglianza di tali ricostruzioni, ciò che conta è che non si tratta solo di propaganda di guerra, che d’altronde incontra approcci analoghi (in termini di trionfalismi roboanti, ma certo meno elaborati, dello stesso Trump) da parte americana. Ciò che conta è lo spirito che anima questa e altre iniziative nell’ambito di una controffensiva mediatica messa in atto da Teheran alla vigilia di quella che si profila all’orizzonte come una ripresa della guerra israelo-statunitense. Lo spirito combattivo dei Guardiani della Rivoluzione, in primo luogo, ma che sa di trovare ascolto anche nell’orgoglio nazionale di molti iraniani. Una campagna in cui la Repubblica Islamica mostra i muscoli anche in altri modi: per esempio con l’enfasi con cui il portavoce del ministero degli Esteri saluta il record di sollevamento pesi raggiunto dal campione Alireza Yousefi, che ha poi dedicato all’impresa ai tanti bambini uccisi con i loro insegnanti dai missili USA nella scuola di Minab. In quel momento, scrive Esmail Baghei, “la volontà di una nazione si è dispiegata in tutta la sua forza”.  

E  forse non è un caso che proprio in queste ore il Washington Post abbia rilanciato sui social una sua circostanziata inchiesta secondo cui gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture in basi o siti militari USA dall’inizio della guerra, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, aerei e apparecchiature chiave per radar, comunicazioni e difesa aerea. Una delle numerose cattive notizie di cui ha dovuto prendere atto il Presidente Trump sugli esiti effettivi della sua guerra contro l’Iran, e diffuse dalla stessa stampa americana: non solo gli effetti disastrosi del blocco di Hormuz per le economia mondiali, ma anche una preoccupante sottostima della capacità offensiva tuttora in capo alle forze armate iraniane. “Sono 47 anni che ci prepariamo alla guerra”, conferma una fonte iraniana che preferisce restare anonima, parlando di arsenali nascosti in depositi sotterranei e sottomarini pronti per il contrattacco.

Trita Parsi, i falchi USA hanno sottovalutato la forza di Teheran

Ne parla indirettamente anche l’analista irano-svedese Trita Parsi, quando scrive che i “falchi” americani hanno “sottovalutato drasticamente la forza dell’Iran”, mentre quelli di Teheran, fra i quali la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, “credevano che una guerra avrebbe rafforzato il potere negoziale dell’Iran, smascherando l’illusione di una sua debolezza. A loro avviso, l’esito del conflitto ha confermato tale valutazione, rendendoli sempre più fiduciosi – persino incoraggiati – riguardo a ciò che una seconda guerra potrebbe produrre”.

Sembra così prepararsi un conflitto più feroce da entrambe le parti. Da quella iraniana sarebbero gli Emirati, sempre più ostili a Teheran e vicini a Israele, fra i primi a finire nel mirino insieme ai data center americani nel Paese, minandone fra l’altro l’ambizione di diventare un polo globale dell’intelligenza artificiale. Ma danneggiando anche gli interessi finanziari che la famiglia Trump avrebbe nel settore. È poi probabile, stima ancora Parsi, che Teheran mostri meno moderazione nel caso emergano prove che altri Stati del Golfo permettano a USA o a Israele di utilizzare il loro territorio o spazio aereo, innescando “un’escalation orizzontale più ampia e molto più pericolosa” anche per l’economia globale. Infine, conclude dopo aver segnalato nuovi rischi nel Mar Rosso, “Teheran starebbe valutando sempre più la possibilità di recidere le principali reti di cavi sottomarini in fibra ottica che corrono sotto il Golfo Persico, arterie attraverso le quali transita la maggior parte del traffico internet del GCC, compresi miliardi di dollari in transazioni finanziarie”. Sarebbe questo il “secondo Stretto di Hormuz che gli iraniani sarebbero pronti a colpire. Una nuova guerra non è inevitabile. Ma quando entrambe le parti si convincono che un altro ciclo di combattimenti rafforzerà la loro posizione negoziale, l’attrazione verso il conflitto diventa pericolosamente forte”.

Sembra saperlo bene anche il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che nei giorni scorsi aveva mandato un messaggio a Papa Leone per ringraziarlo delle sue “posizioni morali, razionali ed eque” sull’attacco di Israele e USA contro Teheran. Sempre a favore della diplomazia, in contrapposizione all’ala dura interna che con la guerra si è rafforzata più che mai, anche oggi Pezeshkian ha affermato che Teheran dovrebbe perseguire il dialogo “con dignità”, respingendo gli slogan contro i negoziati con gli Stati Uniti. “Se non si parla, si vuole forse combattere per sempre?”, ha detto Pezeshkian. Inoltre, ha chiesto una comunicazione onesta verso il pubblico, convinto che sia sbagliato sostenere che il nemico stia crollando, mentre l’Iran prospera: “hanno dei problemi, e anche noi ne abbiamo”.

Forse anche Trump dovrebbe riconoscerlo: una nuova guerra è destinata a fare molto male anche agli USA senza risolvere nessuna delle questioni già risolvibili ora con un serio negoziato. Lo dimostrano i fatti: prima del 28 febbraio il problema di Hormuz non esisteva, è stata la guerra a crearlo, mentre la questione nucleare si presenta identica a prima. Tutto questo al prezzo della vita di migliaia di persone, di distruzioni immani, dello stringersi ulteriore della spirale repressiva contro il dissenso, di un aumento delle esecuzioni e di inaccettabili violazioni dei diritti degli iraniani, come il blocco di internet imposto da mesi per accampate ragioni di sicurezza nazionale. Piegare la resistenza della Repubblica Islamica non sarà dunque facile, se non al prezzo di altre morti e di inimmaginabili distruzioni che saranno i cittadini iraniani per primi a pagare. Ne prendano atto anche i falchi nostrani.