Tanto tuonò che piovve. Ma la pace raggiunta tra Iran e Stati Uniti con il memorandum di intesa annunciato ieri da Islamabad, nella nostra tarda serata, potrebbe non durare più di un temporale estivo. È infatti pieno di interrogativi irrisolti l’accordo con l’Iran che ha infine coronato la festa di compleanno del Presidente Donald Trump, e che dovrebbe portare entro un paio di mesi a un’intesa definitiva, sciogliendo i nodi più intricati. E sulla sua efficacia e durata pesano non tanto la buona volontà e l’affidabilità dei due interlocutori, le leadership USA e della Repubblica Islamica dell’Iran, quanto quelle di un terzo attore, Israele, che ha fatto della continuazione della guerra – in Libano in particolare, in quest’ultima fase – una questione esistenziale. E che continua pesantemente a condizionare anche i falchi statunitensi anti-iraniani.
Ma veniamo ai fatti. Trump si apprestava a celebrare i suoi 80 anni nel parco della Casa Bianca con uno spettacolo di arti marziali che doveva simbolicamente rappresentare il potere del più forte, nel disprezzo di ogni legge: una cifra caratteristica del suo secondo mandato presidenziale. Ma masticava amaro, perché l’alleato Netanyahu gli stava sabotando l’accordo sotto il naso, dopo che il suo ultimo bombardamento nel sud di Beirut stava per scatenare la ritorsione iraniana e una sicura, nuova escalation. Eppure, Trump ha continuato ad annunciare l’arrivo di un accordo in giornata, e così è stato. Ad annunciarlo, intorno alle 5 del pomeriggio a Washington, il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, il grande mediatore di questi mesi nell’ambito di un gruppo più ampio di paesi della regione. “A seguito di intensi colloqui – ha affermato – siamo lieti di annunciare che è stato RAGGIUNTO l’Accordo di Pace tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran. Entrambe le parti hanno dichiarato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano. La cerimonia ufficiale di firma si terrà venerdì 19 giugno in Svizzera”. Il premier pachistano ringraziava poi i suoi “fratelli in questo sforzo di mediazione”, e in particolare “la grande leadership dello Stato del Qatar” e quella “lungimirante” dell’Arabia Saudita e della Turchia. E annunciava che “i mediatori faciliteranno una serie di incontri questa settimana”.
Molto meno cerimonioso l’annuncio di Trump, più attento alle positive ricadute dell’intesa sul rischio di paralisi dell’economia mondiale da lui stesso provocato con il blocco dello stretto di Hormuz attuato da Teheran dopo gli attacchi di Usa e Israele del 28 febbraio scorso. “L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora concluso”, ha scritto su Truth. “Congratulazioni a tutti! Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!”.
Il ministro Ben Gvir, l’accordo non vincola Israele
Ma le insidie stanno nelle diverse interpretazioni del testo da parte dei diversi attori in gioco. E soprattutto, appunto, nell’intento di Israele di non rispettarne la lettera sul fronte libanese. L’accordo “non vincola Israele”, che è “una nazione indipendente e sovrana” e “non è subordinata agli Stati Uniti”, ha dichiarato il ministro per la sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, ricordando in un lungo post su X come il dovere dell’esecutivo sia “di garantire la sicurezza agli ebrei nella terra d’Israele”, mentre il suo collega Bezalel Smotrich affermava che Israele dovrà continuare da solo la campagna per rovesciare la Repubblica Islamica. Parole in parte già confermate dai fatti, visto che i media libanesi davano notizia di nuovi raid israeliani nel sud del Libano già nelle prime ore del mattino. Eppure, il segretariato del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, l’organo collegiale a cui la Repubblica Islamica affida i suoi più complessi processi decisionali, ribadiva che “le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno immediatamente e definitivamente”, mentre anche il blocco navale Usa contro l’Iran sarebbe terminato. Inoltre, a riprova della scarsa fiducia di Teheran nei confronti del presidente Usa dal quale è stato ripetutamente tradito nell’ultimo decennio, “i negoziati per un accordo definitivo saranno rinviati fino a quando l’altra parte non avrà adempiuto ai propri obblighi ai sensi del Memorandum d’Intesa”.
Nell’attesa che siano resi ufficiali i contenuti dell’accordo, le indiscrezioni riportate dai media iraniani fanno pensare a una vittoria diplomatica per Teheran, che dovrebbe mettere a tacere tutte le critiche e le proteste interne registratesi negli ultimi giorni nel paese, dove alcuni manifestanti davano del traditore al ministro degli Esteri Araghchi per essere troppo aperto al compromesso.
Secondo l’agenzia semi-ufficiale Mehr citata da Al Jazeera, infatti, l’accordo prevederebbe anche la revoca completa del blocco navale Usa contro l’Iran entro 30 giorni; l’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran; la sospensione delle sanzioni sulle vendite di petrolio; il raggiungimento di un accordo definitivo sulle questioni nucleari entro 60 giorni; lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati nel corso dello stesso periodo. Secondo l’agenzia ISNA, citata dal Tehran Times e che riporta indiscrezioni di fonte pachistana, sarebbe anche stato istituito un fondo di 300 miliardi di dollari per il paese, mentre Teheran gestirà il traffico nello stretto di Hormuz e ne riscuoterà gli introiti, ma solo in un secondo momento (altri parlano degli stessi 60 giorni). Più esplicita l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, secondo la quale all’ultimo momento l’Iran aveva aggiunto una clausola all’accordo, in base alla quale “i servizi marittimi” sarebbero stati pagati all’Iran – nell’ambito presumibilmente di quella gestione congiunta con l’Oman di cui Teheran parla da tempo.
Due mesi per sciogliere il nodo del nucleare, per Obama Trump non potrà fare meglio di lui
Ma sono i modi e i tempi della sospensione e della revoca delle sanzioni, insieme alla questione del nucleare, i nodi più controversi sul piano politico, e quelli che presentano maggiori complessità su quello tecnico, tanto da richiedere appunto i due mesi previsti per i negoziati.
Complessità del resto già a suo tempo affrontata dall’accordo del 2015 voluto dall’amministrazione di Barak Obama, che ieri ha osservato in una intervista con ABC: “Dubito che qualsiasi accordo futuro sarà significativamente diverso o rappresenterà un miglioramento sostanziale rispetto all’accordo che abbiamo stipulato” a suo tempo. “Minacce o attacchi aerei possono sembrare allettanti”, ha aggiunto, ma non possono fornire una soluzione. Come a confermare che la questione del nucleare iraniano del 2026 resta sempre generata dal fatto che Trump aveva deciso di uscire da quell’accordo nel 2018. E che l’intento di Teheran di dotarsi di un ordigno nucleare resta tuttora presunto, a dispetto delle ripetute dichiarazioni da parte di Trump e dei suoi alleati – governo italiano incluso – secondo cui, proprio grazie all’odierna intesa, Teheran non si doterà mai di un’arma atomica.
Ad oggi le principali questioni aperte sono due: la possibilità per Teheran di continuare o meno ad arricchire l’uranio come previsto dal Patto di non proliferazione nucleare, seppur a bassi livelli per scopi civili e sotto supervisione internazionale, e la sorte di quei 440 kg di uranio arricchito al 60%. Una quota del resto raggiunta solo negli ultimi anni da Teheran, nel contesto di un rapporto sempre più teso con gli Stati Uniti e con il solo possibile intento di usarla come strumento negoziale. L’Iran aveva già recentemente aperto alla possibilità di diluirle le riserve di uranio altamente arricchito in loco o di trasferirlo in paesi terzi come la Russia. Ma Trump ha ribadito anche nelle ultime ore di pensarla diversamente. “Prenderemo la polvere nucleare più tardi, quando saremo pronti per andare e farlo – ha detto prima di partire per il G7, usando come al solito un’espressione impropria – direi entro i prossimi uno-due mesi, non c’è fretta”.
Appunto, il memorandum d’intesa last minute è solo l’inizio di una storia che si annuncia molto più tormentata di quanto i suoi protagonisti vogliano far pensare.
