Eliminata dopo tre partite, ospitate tra mille ostacoli dal Paese che ha mosso guerra a Teheran, la squadra ha lasciato un’immagine di dignità e determinazione. E le rumorose contestazioni di una parte della diaspora non hanno oscurato l’entusiasmo di tanti tifosi, che vi vedevano il simbolo non della Repubblica Islamica ma di un Paese aggredito.

“Ciò che è accaduto al Team Melli riassume in modo sintetico la storia dell’essere iraniani: indipendentemente dal talento e dall’etica del lavoro, la crudeltà di essere strutturalmente e sistematicamente ostacolati a ogni passo”. È una giornalista irano-americana, Nilo Tabrizy, ad introdurre con queste parole un punto di vista più ampio sulle cronache della breve partecipazione dell’Iran in questi ultimi Mondiali. Un campionato svoltosi in quegli stessi Stati Uniti che per due volte in pochi mesi hanno mosso guerra contro il Paese, salvo poi accorgersi, insieme all’alleato israeliano, che la Repubblica Islamica era un osso molto più duro del previsto, e rassegnarsi a due fragili cessate il fuoco.

“Per quanto talentuosa e combattiva fosse la squadra” – prosegue Tabriz – “in fondo non mi sarei mai aspettata che ce la facessimo. C’erano troppe sfide per questi atleti: un paese destabilizzato e ancora scosso dal trauma del massacro della Repubblica Islamica dell’Iran a gennaio” – aggiunge, con riferimento alle proteste represse nel sangue di migliaia di morti, “poi sottoposto ad un’incessante campagna di bombardamenti da parte del paese ospitante dei Mondiali, immagini degli atleti manipolate dall’IA per seminare discordia tra la diaspora e i potenziali tifosi, il non aver mai potuto pernottare sul suolo americano e riposarsi adeguatamente, l’assurdità degli errori del VAR (l’esame in video che ha annullato per pochi centimetri il gol di Shoja Khalilzadeh contro l’Egitto, che avrebbe permesso il passaggio della squadra ai sedicesimi, ndr) che hanno lasciato perplessi molti commentatori internazionali di alto livello. E la lista continua”. “Eppure, nonostante tutto” – conclude – “questi uomini hanno giocato con tutto il cuore, nonostante l’immensa pressione volta a schiacciarli”.

Le sorti di una squadra, dunque, come le condizioni esistenziali di milioni di iraniani all’estero che si dividono tra le proprie origini e i Paesi occidentali in cui sono approdati, e in particolare gli USA dove la seconda amministrazione Trump ha ripristinato regole che limitano fortemente il loro ingresso nel territorio. E dove li si interroga sempre sulla propria appartenenza a un Paese il cui governo è il più demonizzato politicamente al mondo. Tanto che, si parli di cinema o di sport, un iraniano viene sempre interpellato sulla politica e lo scarso rispetto dei diritti nella Repubblica Islamica.

“Strano come a certe squadre si chieda sempre di spiegare il mondo

E così è accaduto anche ai rappresentanti della Nazionale. Lo ha detto bene il popolare comico Trevor Noah, quando ha osservato: “È strano come ad alcune squadre vengano chieste cose sul calcio… e ad altre venga chiesto di spiegare il mondo”. “Perché le squadre africane e mediorientali devono rispondere delle azioni dei loro governi e paesi” – si è chiesto – “mentre quelle europee no? Non mi riferisco al regime o a chiunque altro. Parlo di quei giocatori! Si sono comportati con grande rispetto. Hanno giocato con integrità. Non hanno fatto sciocchezze. Per ogni singola partita dovevano volare in un altro Paese. Ogni volta che arrivavano, dovevano passare la dogana e l’immigrazione. Venivano perquisiti ogni volta. Ci volevano ore prima che potessero anche solo prepararsi a giocare”. “Eppure, dopo ogni partita” – concludeva – “non gli veniva mai chiesto nulla sul calcio. I media continuavano a indurli a dire qualcosa di controverso”.  Il comico di origine sudafricana non è l’unico a pensarla così, e non solo sui social media. Il trattamento subito “ha messo a nudo il doppio standard dell’Occidente e della FIFA”, titolava per esempio nei giorni scorsi Zeteo, media indipendente diretto da Mehdi Hassan. “Al capitano della nazionale iraniana di calcio è stata posta una domanda sui diritti LGBT. Perché allora non è stata posta la stessa domanda a quello della nazionale USA riguardo al bombardamento americano della scuola femmnile di Minab?”. L’ultimo riferimento è alla scuola elementare del sud dell’Iran colpita il 28 febbraio scorso, e alle 168 vittime – in larga parte bambini – i cui ritratti hanno accompagnato la squadra iraniana ai Mondiali. Il primo è alla coincidenza temporale tra la terza e ultima partita giocata dall’Iran e il weekend del Pride previsto dalle autorità locali nella stessa città di Seattle.

“Le Federazioni di Iran ed Egitto hanno rilasciato dichiarazioni in cui respingevano le affermazioni delle autorità locali secondo cui si trattava di una “partita del Pride”, ricorda un articolo della testata sportiva del New York Times. “Questo ha creato un mix di temi e motivazioni contrastanti fuori dal Lumen Field, dove i manifestanti iraniani chiedevano un cambio di regime nel Paese, mentre gli attivisti LGBTQ+ sventolavano bandiere arcobaleno”. “L’atmosfera era particolarmente tesa tra i manifestanti che sventolavano la bandiera pre-rivoluzionaria dell’Iran, vietata nello stadio, e quelli che cercavano di portare quella ufficiale”, scrivono ancora i cronisti dell’Athletic, riferendo di due momenti di tensione cui hanno assistito. “C’era una varietà di opinioni sull’importanza della prestazione della squadra ai Mondiali. Mentre alcuni desideravano che l’Iran perdesse perché la squadra rappresentava uno stato repressivo, altri sono riusciti a separare politica e calcio”. Un bilanciato resoconto di cronaca su un tema che invece ha infervorato la parte più agguerrita dell’opposizione iraniana della diaspora, e in particolare quella filo-monarchica, che ha ripetutamente tentato di portare all’interno dello stadio la bandiera pre-rivoluzionaria dell’Iran, quella con l’immagine del sole e del leone, e considera senza mezzi termini la nazionale un’emanazione propagandistica della Repubblica Islamica.

Ma tornando al tema dei diritti LGBT, negati non solo in Iran ma anche in Egitto, il capitano della nazionale Mehdi Taremi ha risposto: “La nostra religione non accetta questa cosa, ma noi rispettiamo tutte le persone LGBT”. Chiedendo poi al giornalista se non avesse altro da chiedergli in tema calcistico.

L’odissea del Team Melli, tra visti e passaggi di frontiera subito prima e dopo ogni partita

Ma l’episodio è solo uno dei tanti, destabilizzanti episodi che hanno accompagnato la squadra iraniana prima della loro partenza verso gli USA e nella loro permanenza tra la base in Messico e le brevi trasferte per le partite. Li ricapitolano appunto gli stessi cronisti di The Athletic, illustrandone anche i retroscena e in particolare le promesse alla squadra mancate del presidente della Fifa  Gianni Infantino, che per questo viene paragonato ad un “buffone di corte”.

I giocatori e i responsabili del Team Melli gli avrebbero infatti posto vari problemi, dagli ostacoli incontrati nella concessione dei visti alle lunghe attese per i controlli in aeroporto nelle trasferte tra il campo base di Tijuana, in Messico, e la sede delle partite, le prime due a Los Angeles e la terza, appunto, a Seattle. Solo per quest’ultima ai calciatori è stato infatti concesso di arrivare non uno, ma due giorni prima dell’incontro, salvo ripartire per il Messico poche ore dopo. Proprio per questo Taremi ha usato la parola più citata dai media per definire le sorti del suo team ai Mondiali – “un disastro” – e ha accusato Infantino di non aver rispettato i suoi impegni per garantire ai giocatori una logistica meno stressante, che probabilmente ha pesato anche sui loro risultati sportivi. “Ci lamentiamo sempre di queste cose” – ha detto – “ma nessuno ci aiuta. Non è giusto. È giusto per la Fifa? Bene, buon per loro. […] Se vogliono che veniamo eliminati, allora va bene; usciamo pure”.

Parole involontariamente profetiche, perché il giorno dopo gli iraniani (che avevano pareggiato in tutti e tre gli incontri, e speravano nell’esito delle altre partite del girone) sono stati eliminati per un pareggio controverso – e “a dir poco ridicolo”, scrivono ancora i giornalisti del Nyt – dell’Algeria contro l’Austria al 96° minuto.

Una partecipazione in dubbio fino all’ultimo, e condizionata

Ma era stata la loro stessa partecipazione ai Mondiali a restare in dubbio fin quasi alla vigilia del campionato. Solo il 6 giugno erano arrivati i visti per i calciatori e il personale di supporto, mentre un funzionario dell’amministrazione dichiarava che il governo Trump non avrebbe permesso loro “di abusare di questo sistema per far entrare clandestinamente terroristi negli Stati Uniti”. Insomma, la politica è entrata a gamba tesa nei Mondiali degli iraniani, ma non solo per la guerra di Trump e Netanyahu contro la Repubblica Islamica. Anche quest’ultima ha fatto del suo, non soltanto optando infine per il Messico invece dell’Arizona come base per soggiorno  e allenamenti – una scelta che sarebbe stata compiuta dal ministero degli Esteri iraniano se non addirittura imposta Guardiani della Rivoluzione, riporta il sito di opposizione Iranwire, in un articolo molto critico della squadra la cui eliminazione viene ricondotta anche alle interferenze governative di Teheran. In realtà, secondo un’altra fonte che preferisce l’anonimato, quella del Messico è stata una scelta del “deep state” iraniano come risultato di una serie di difficoltà create dagli americani a partire dalla richiesta dei visti.

L’Iran da parte sua aveva annunciato la propria partecipazione ai Mondiali, ma solo ponendo – riferiva l’Ansa il 9 maggio – dieci condizioni. Fra queste, il rilascio di visti per tutti i calciatori e lo staff tecnico, compresi quanti avevano prestato servizio nelle Guardie Rivoluzionarie, come lo stesso Taremi; i più elevati protocolli di sicurezza negli aeroporti, negli hotel e lungo le strade per gli stadi; l’obbligo per i tifosi di esporre solo la bandiera ufficiale, vietandone qualsiasi altra; l’esecuzione dell’inno nazionale alle partite; la limitazione delle domande dei giornalisti a questioni tecniche.

Dubbi pesano inoltre sulla mancata convocazione di un rodato campione come Sardar Azmoun, dopo un suo post sui social media percepito come una critica al governo iraniano. Mentre vi sono state accuse secondo cui altri giocatori sono stati inclusi grazie alla loro vicinanza al sistema.

Tifosi entusiasti ma anche detrattori della squadra sugli spalti e fuori degli stadi

Ma una vistosa politicizzazione della presenza iraniana ai Mondiali è giunta appunto – come già si è segnalato – anche da parte della diaspora, che si è vista negare da una Corte di Los Angeles la possibilità di portare nello stadio le proprie bandiere, contrastata dalla Fifa in quanto espressione politica che poteva incitare disordini – anche se il divieto è stato sfidato da decine di persone che sono riuscite a portare le bandiere sugli spalti, da dove parteggiavano per gli avversari. Senza tuttavia riuscire ad oscurare l’entusiastico sostegno che giungeva invece da una vasta parte della numerosa comunità iraniana di “Tehrangeles”. Sostegno generosamente assicurato anche dai tanti messicani di Tijuana che hanno accolto la squadra iraniana, raccogliendosi davanti al suo albergo per salutarla, ricambiati a loro volta dagli iraniani che, sempre secondo Taremi, li hanno amati e ne hanno apprezzato le schiette qualità umane. Ma la squadra ha anche lasciato un segno del suo passaggio, con un biglietto scritto a mano negli spogliatoi, dopo lo 0-0 con il Belgio: “Dall’antica Persia di migliaia di anni fa all’Iran civilizzato di oggi, lo spirito dell’Iran rimane vivo e saldo. Grazie Los Angeles per la vostra ospitalità. Siamo venuti con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità”. E un altro biglietto è stato lasciato negli spogliatoi anche dopo l’ultimo incontro, quello con l’Egitto. “Forse i punti si conquistano in molti modi, ma il rispetto no”, recitava una frase che poteva intendersi come un’allusione a giochi successivi che poi hanno eliminato l’Iran dai Mondiali.

Botta e risposta tra Araghchi e Mullin, che aveva “ballato di gioia” dopo l’eliminazione

Eliminazione accolta con esultanza dal segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, che ha dichiarato di aver danzato “un ballo di gioia” quando ne ha avuto notizia: “Sono semplicemente contento che abbiano finito e che non torneranno”, ha dichiarato il 29 giugno ai giornalisti. “Ero così felice quando siamo riusciti a revocare i loro visti e a dire loro che potevano lasciare il suolo americano, che forse ho cantato un paio di canzoni o addirittura ho fatto un ballo di gioia”. “Non c’è stata una singola squadra” – ha aggiunto – “con cui abbiamo dovuto avere a che fare più a lungo che con l’Iran”.  Il giorno successivo è giunta la risposta del ministero degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi: “Missione compiuta”, signor Mullin. Ha anche compiuto qualcos’altro: ha dimostrato al mondo intero di non essere all’altezza del ruolo di ospite di un torneo internazionale. Il suo comportamento è stato una vera e propria lezione su come dilapidare la dignità che deriva dall’essere un paese ospitante”.

Dure critiche erano giunte alla Fifa e all’amministrazione anche da Usa Today, in un articolo secondo il quale il trattamento riservato all’Iran costituiva un pericoloso precedente. Per quanto vergognoso sia stato il trattamento riservato all’Iran in questi Mondiali, la situazione potrebbe addirittura peggiorare. “Cedendo alle pressioni del governo Usa nei confronti dell’Iran – vi si legge – la Fifa ha aperto il vaso di Pandora. Ogni futuro paese ospitante di tornei Fifa, a qualsiasi livello, è ora libero di fare lo stesso con i paesi che non gradisce. Stati Uniti inclusi”.

L’amaro ritorno in patria del Team Melli, elogiato tuttavia per il rispetto ottenuto

“Eliminato sulla carta. Vittorioso nel carattere”, titolava Tehran Times, che precedentemente però non aveva risparmiato critiche alle scelte tecniche della squadra. “Ha lasciato la Coppa del Mondo senza subire sconfitte – proseguiva – ma anche senza il riconoscimento che molti ritenevano le sue prestazioni meritassero”. Ma sul campo, aggiunge, gli iraniani si sono “guadagnati ​​rispetto”, indipendentemente dalle opinioni politiche o geopolitiche di cronisti e commentatori. Un altro articolo del quotidiano sottolineava inoltre come la partecipazione della Team Melli ai Mondiali fosse stata una sorta di “cavallo di Troia” per gli USA e il loro Presidente, vista la straordinaria visibilità ottenuta negli stadi dalla bandiera e dall’inno nazionali di una Repubblica Islamica tutt’altro che sconfitta nella guerra. Per quanto la cosa potesse bruciare non solo all’inquilino della Casa Bianca ma anche ad una parte della diaspora iraniana nel Paese.

Nel frattempo anche molti iraniani in patria hanno accolto calorosamente i calciatori al loro arrivo in aeroporto. Hanno seguito con passione la coraggiosa impresa della loro squadra in una terra un tempo ammirata e desiderata da molti, ma divenuta ormai, con la guerra di Trump e Netanyahu, irrimediabilmente nemica. I cinema e gli spazi pubblici messi a disposizione dalle autorità per le dirette televisive erano affollati dai tifosi, molti dei quali “celebravano il calcio come un’arena che trascende le divisioni politiche e culturali”. A rimarcarlo un articolo di Amwaj.media, che inserisce anche questo elemento in una serie di segnali spontanei di coesione nazionale accresciuta proprio dalla guerra: un fenomeno intorno al quale si sta sviluppando un dibattito interno che – a fronte di un approccio sempre più anacronistico e repressivo della magistratura – apre alla necessità di un cambiamento politico e sociale in linea con le aspettative sempre più urgenti della maggior parte della popolazione. Ma questo è un tema da inserirsi tra i cambiamenti politici e sociali indotti da una guerra che puntava invece ad un brutale cambio di regime, merita più attenzione in altra sede.

E invece qui parliamo ancora di calcio, chiudendo sulle reazioni registrate anche fra gli appassionati di calcio in Italia. Più di qualcuno ha segnalato a chi scrive la sorpresa per una squadra tanto forte e determinata, fucina di miti ormai iconici come l’acrobatico portiere Alireza Beiranvand, e anche rispettosa e moderata nel presentarsi al pubblico e alla stampa – tutt’altro che i “fanatici” come qualcuno ancora definisce gli iraniani. Ma la sorpresa maggiore, per questi osservatori, è derivata dalle immagini televisive dall’enorme sostegno dei tifosi negli stadi americani: come era possibile che così tanti iraniani potessero fare il tifo per la Nazionale di un Paese il cui governo era stato così duro e sanguinario nella repressione delle proteste, in particolare in gennaio? Eppure così è stato: per molti in patria, come anche nella diaspora, quella squadra rappresentava l’Iran e non il suo governo, per quanto odiato questo potesse essere. Così come ci sono state anche le contestazioni di chi, paradossalmente, sperava nella sconfitta sul campo da gioco. Anche se non è dato misurare la rilevanza numerica effettiva di entrambi i gruppi, e in particolare di quanti invece nella diaspora tifavano contro il Team Melli – i quali, però, hanno dalla loro parte una tale influenza mediatica e sui social media da poter apparire tutt’altro che una minoranza.

Come al solito, non si possono dare risposte semplici a questioni complesse. Anche nel calcio, e soprattutto nell’analisi sociologica di quanto un evento calcistico possa produrre nella percezione del pubblico e nell’ambiente circostante. Si mettano il cuore in pace, tutti quanti vorrebbero che la realtà di esaurisse nelle loro polarizzanti visioni in bianco e nero e in pochi semplici slogan.