E alla fine il memorandum di intesa i presidenti di Iran e Stati Uniti lo hanno firmato, seppur guardandosi da lontano. A Versailles il capo della Casa Bianca Donald Trump, pronto a presentare come una vittoria anche quello che per molti analisti è un vero fallimento strategico. A Teheran e con il volto più scuro, e sicuramente stanco, il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian. Reduce, il Presidente riformista, con il suo paese, dai 39 giorni di una guerra in cui sono morti circa 3.500 iraniani e importanti infrastrutture sono andate distrutte; da un cessate il fuoco pieno di incognite e di insidie per il perdurante conflitto tra l’alleato Hezbollah e Israele in Libano; dalla logorante opposizione interna ad un percorso diplomatico che l’ala più belligerante percepiva come troppo compromissorio. Nessun incontro personale di alto livello per questa firma, nessuna bandiera nazionale né stretta di mano fra interlocutori pronti a dichiararsi reciproca fiducia davanti alle telecamere. È bastata una firma elettronica da remoto, stavolta. E da oggi l’accordo è in vigore, dando il via ai 60 giorni di tempo, eventualmente prorogabili, che USA e Iran si sono dati per approdare ad un accordo definitivo. 

I punti principali di un accordo nettamente a favore di Teheran

Vediamo dunque, per sommi capi, i punti principali dell’intesa. 

  • USA e Iran dichiarano la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso in Libano, di cui si impegnano ad assicurare integrità territoriale e sovranità. Confermato dunque quanto Teheran ha sempre sostenuto: cioè che tra l’Iran e Hezbollah vi è un unico fronte, contrapposto a quello di USA e Israele.
  • Subito dopo la firma del memorandum comincia, per concludersi entro 30 giorni, la revoca del blocco navale contro i traffici dell’Iran. Trenta giorni sono dati agli Usa anche per rimuovere le loro forze dall’area in prossimità dell’Iran. Da parte sua la Repubblica Islamica assicurerà entro un mese un passaggio sicuro dalle mine poste nello Stretto e non imporrà alcun costo alle navi commerciali per 60 giorni. Nel frattempo, Iran e Oman definiranno l’amministrazione futura e i servizi marittimi nello Stretto, in discussione con altri paesi costieri del Golfo e “in linea con le norme applicabili del diritto internazionale e i diritti sovrani degli Stati costieri”. Di fatto, l’Iran intende chiedere, passati questi due mesi, non “pedaggi” ma “tariffe” per una serie di servizi amministrativi, di sicurezza e di difesa ambientale. 
  • Nel contempo, gli USA si impegnano a sviluppare, con i Paesi alleati della regione, un piano da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica, da definirsi nei 60 giorni dei negoziati. Si tratterebbe di fondi privati, senza impiego di risorse pubbliche statunitensi.
  • Washington si impegna a porre fine ad ogni tipo di sanzioni contro Teheran: non solo quelle imposte unilateralmente dal governo Usa – sia primarie che secondarie, tali cioè da costringere anche altri paesi ad adeguarsi – ma anche quelle previste dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e del Consiglio dei governatori dell’Aiea, “secondo un calendario concordato come parte dell’accordo finale”. La Repubblica Islamica dell’Iran “riafferma” – significativa questa parola, in linea con la posizione ufficiale iraniana – che non acquisirà né svilupperà armi nucleari.
  • La questione dell’uranio già arricchito, e dunque anche delle scorte di 440 kg al 60%, sarà risolta con accordi basati sul principio che non vi siano esportazioni di quel materiale, ma una sua diluizione (down-blending) effettuata in loco, sotto la supervisione dell’Aiea, secondo un calendario parallelo a quello concordato per la revoca delle sanzioni. Le questioni dell’arricchimento e dei bisogni nucleari dell’Iran, inoltre, saranno definite da un quadro normativo concordato con l’accordo finale. In attesa di quest’ultimo, l’Iran manterrà il proprio programma allo stato attuale. 
  • Già dalla firma del memorandum, però, il Dipartimento del Tesoro USA emetterà deroghe alle sanzioni contro l’esportazione del greggio iraniano, dei prodotti derivati e dei servizi finanziari e di trasporto associati. Vale a dire, Teheran potrà esportare il suo petrolio liberamente verso qualunque paese, avvalendosi del pagamento tramite banche e di navi che non dovranno più muoversi in modo clandestino, come hanno fatto in questi anni per l’export verso la Cina. 
  • Gli Stati Uniti si impegnano a rendere pienamente disponibili tutti i fondi e i beni della Repubblica Islamica congelati o soggetti a restrizioni, concordando insieme le procedure e mettendoli a disposizione della Banca Centrale di Teheran. 
  • I negoziati per l’accordo finale potranno partire solo dopo l’avviata applicazione dei punti relativi al cessate il fuoco, alla fine dei due blocchi navali, al via libera all’export del petrolio iraniano e allo sblocco dei beni congelati.  
  • L’accordo finale dovrà essere approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. 

Chiuso il memorandum, il diavolo sta ora nei negoziati 

Balza immediatamente agli occhi, già a una prima lettura dell’accordo, diffuso da un funzionario statunitense, come questo rispecchi molto di più gli interessi dell’Iran che non quelli degli Stati Uniti e di Israele. Se questo resterà vero lo vedremo nei prossimi due mesi, alla prova delle mille insidie che si possono attendere sia da parte di Israele – che continua a dimostrare nei fatti di voler continuare nel confronto in Libano con Hezbollah, a sua volta esultante per i risultati ottenuti da Teheran – sia da parte statunitense, dove sicuramente molti scommettono sulla possibilità di intoppi e dilazioni. 

Privilegiamo qui il punto di vista iraniano sull’accordo, non per parzialità ma perché generalmente meno rappresentato sui nostri media, sempre ingombrati dalla foga declaratoria di Trump. Significativo il cauto commento del Presidente riformista Masoud Pezeshkian: “Questo testo è il riflesso della voce di una nazione che non ha mai barattato la propria dignità e indipendenza per nessuna minaccia o pressione. Ciò che oggi è stato registrato è il risultato della resistenza nazionale, della razionalità politica e di una diplomazia responsabile”. “Questo è un documento storico – ha aggiunto, secondo la traduzione automatica dal persiano fornita da X – e un messaggio dall’Iran potente: la pace si realizzerà all’ombra del rispetto reciproco. La Repubblica Islamica dell’Iran è sempre impegnata e fedele alla pace globale preservando la dignità e l’indipendenza, il progresso e la cooperazione regionale”.

“Questo memorandum aiuta Trump a uscire dalla palude – osserva da parte sua Ali Akbar Dareini, analista del Centro di Studi strategici di Teheran e autore, fra l’altro, di un poderoso testo in tre volumi sulla storia del nucleare iraniano (Legitimate Deterrence) – da un vero disastro in termini di inflazione e prezzi del petrolio: un vero fallimento strategico e una vittoria strategica per l’Iran”. 

A suo avviso, la vittoria di Teheran si vede anche nel fatto che ha ottenuto di discutere tutto non in sola fase, come Trump avrebbe voluto, ma in una seconda fase impostagli da Teheran, che sa bene e a sue spese come lui e gli USA siano inaffidabili. “La prima fase servirà a verificare se gli USA rispettano gli impegni presi, e solo allora l’Iran comincerà a negoziare. Inoltre, l’Iran ha fatto solo una promessa, quella di parlare dell’accordo sul nucleare nella seconda fase, mantenendo il controllo sullo stretto di Hormuz”. 

Un risultato incassato dall’Iran è anche l’inclusione del fronte libanese nell’accordo. Ma che succede se Israele non lo rispetta? “L’Iran chiuderà di nuovo lo Stretto, e non farà più alcuna concessione – risponde Dareini parlando con Valigia Blu – e se ci sarà una nuova guerra, l’Iran risponderà militarmente come non ha mai fatto prima”. Non solo lanciando altri missili in risposta ad eventuali nuovi attacchi contro il suo territorio, ma anche – se necessario – colpendo di nuovo le infrastrutture energetiche dei Paesi che ospitano basi statunitensi. E se USA e Israele non rispettano gli impegni, infine, “non ci sarà nessun impegno di Teheran sul suo nucleare”. 

Ma la guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran ha avuto nel frattempo il risultato di aprire una partita in un contesto geopolitico più ampio, che vede in campo non solo i Paesi arabi del Golfo, ma anche altri come il Pakistan e l’Egitto. A differenza di quanto accaduto con l’accordo concluso nel 2015 dall’amministrazione Obama, quando l’Europa sedeva al tavolo dei negoziati con le maggiori potenze mondiali, sono queste presenze regionali a ridefinire il quadro multipolare in cui si sta cercando di uscire dalle dinamiche del conflitto. 

“Trump è costretto a trovare un accordo di lungo periodo con un governo iraniano che non gli farà sconti – osserva l’analista dello IAI Riccardo Alcaro – con il rischio costante che Israele e i suoi sostenitori in Congresso facciano deragliare il tavolo negoziale, insistendo su richieste irricevibili per gli iraniani e riaccendendo le ostilità contro Hezbollah in Libano”. 

“L’esperienza accumulata finora – prosegue – indica che Trump e il suo entourage manchino della visione strategica, acume diplomatico, competenza negoziale e pazienza necessari a condurre negoziati tanto sensibili politicamente quanto complessi sul piano tecnico come quelli sul nucleare iraniano, tanto meno nei soli sessanta giorni previsti dal memorandum. Tutto questo rende improbabile che si possa davvero raggiungere un accordo finale. Più plausibile è che paesi arabi, Pakistan, Turchia, Egitto e anche attori extra-regionali, sperabilmente Europa inclusa, tentino di mantenere ingaggiato l’Iran ed estendere indefinitamente il memorandum d’intesa, facendo così argine a un nuovo conflitto”. “Se così sarà – conclude Alcaro – Trump si sarà cavato di impiccio senza dover ricominciare una guerra impopolare o pagare i costi politici insiti in un compromesso con Teheran. Ma avendo scelto la guerra senza essere capace di costruire la pace, avrà anche certificato un significativo arretramento strategico degli Stati Uniti nel Golfo – l’ennesima tragica ironia di un Presidente che si vanta di aver rifatto grande l’America”.