Il 15 maggio il popolo palestinese commemora al-Nakba – “la catastrofe” – l’esodo forzato che tra il 1947 e il 19491 accompagnò la nascita dello Stato d’Israele e trasformò centinaia di migliaia di palestinesi in rifugiati. Settantotto anni dopo2, questa ricorrenza non appartiene soltanto alla memoria storica dei palestinesi. Oggi, tra la devastazione di Gaza e l’invasione del Libano da parte di Israele e le conseguenze dello scontro militare diretto tra Stati Uniti, Israele e Iran – esploso nella Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 e successivamente confluito in una più ampia guerra regionale iniziata nel febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato oltre 900 attacchi contro l’Iran nelle prime dodici ore3 – è possibile leggere la crisi attuale non come un evento separato, ma come la prosecuzione di una frattura mai realmente chiusa. Questi episodi sono, quindi, capitoli di un unico conflitto, la cui prima pagina è stata scritta nel 1948. Comprendere il Medio Oriente oggi, senza partire dalla Nakba, significa scambiare l’effetto per la causa.
Il primo uso del termine Nakba, in riferimento alla conquista sionista della Palestina, è attribuito a Constantin Zureiq4, professore e intellettuale siriano, teorico del nazionalismo arabo. Significativamente, nella sua formulazione originale il termine designava anzitutto una sconfitta politica del mondo arabo nel suo complesso: Zureiq parlava del “disastro degli arabi in Palestina”, ovvero la sconfitta storica e politica subita dall’ordine arabo di fronte al progetto sionista e al colonialismo occidentale. Fu soltanto in seguito, progressivamente a partire dagli anni Ottanta e Novanta, che il termine assunse una connotazione centrata sull’esperienza palestinese, divenendo il simbolo fondativo dell’identità nazionale.
I fatti centrali della Nakba durante la guerra del 1948 sono ben documentati e ampiamente riconosciuti dalla maggior parte degli storici israeliani, palestinesi e internazionali. Circa 750.000 palestinesi – oltre l’80% della popolazione che risiedeva nel territorio di quello che divenne lo Stato d’Israele – furono espulsi o fuggirono dalle proprie case, diventando rifugiati. Decine di città e oltre 500 villaggi palestinesi furono distrutti o svuotati. Migliaia di palestinesi furono uccisi in dozzine di massacri, tra i quali il più noto è quello di Deir Yassin, dove il 9 aprile 1948 forze sioniste uccisero più di 100 uomini, donne e bambini5. Le stime globali sulle vittime durante l’intero conflitto indicano circa 15.000 palestinesi uccisi in una serie di atrocità di massa, compresi più di 70 massacri.
Per Israele rappresentò la Guerra d’indipendenza. Per i palestinesi, l’inizio di una diaspora che avrebbe ridisegnato per sempre il volto della regione.
Nella coscienza palestinese, la Nakba indica, infatti, ben più della perdita della propria terra di origine: rappresenta la dissoluzione di una società. Vale la pena ricordare che, a seguito dell’esodo, gran parte dei palestinesi arabi divenne apolide. Dopo il 1948, i palestinesi cessarono di essere semplicemente palestinesi, frammentandosi in categorie con statuti giuridici e restrizioni diverse: palestinesi israeliani, palestinesi di Gerusalemme Est, palestinesi sotto mandato UNRWA, palestinesi della Cisgiordania, palestinesi di Gaza, oltre alla diaspora nel resto del mondo.
La creazione di questa condizione di apolidia strutturale fu sanzionata quasi immediatamente dalla comunità internazionale: già nel dicembre 1948, la Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite6 stabilì che i rifugiati desiderosi di tornare nelle proprie case avrebbero dovuto essere autorizzati a farlo nel più breve tempo possibile e che un risarcimento avrebbe dovuto essere corrisposto a coloro che avessero subito perdite o danni alle proprietà. Quella risoluzione è rimasta, a distanza di quasi otto decenni, non applicata.
È questa condizione strutturale – profughi senza Stato, istituzioni umanitarie sotto pressione, diritto al ritorno negato – ad aver alimentato per decenni le tensioni nei Paesi che ospitavano i rifugiati. Il Libano ne è l’esempio più lampante. Gaza ne è diventata il teatro più visibile. E l’Iran ne ha fatto il fulcro di una strategia geopolitica regionale. Tre storie apparentemente diverse che affondano le radici nello stesso evento originario.
La maggior parte dei profughi del 1948 trovò infatti rifugio nei Paesi arabi vicini – Giordania, Siria e Libano in primo luogo – dando origine ai campi profughi palestinesi, concepiti come sistemazioni temporanee e trasformatisi nel tempo in quartieri permanenti, segnati da povertà e marginalizzazione. Quando l’UNRWA – l’agenzia ONU creata nel 1950 per assistere i rifugiati palestinesi – avviò le proprie operazioni, era chiamata a rispondere ai bisogni di circa 750.000 rifugiati. Oggi, circa 5,9 milioni di rifugiati palestinesi rientrano nel suo mandato e quasi un terzo di questi vive ancora in 58 campi profughi riconosciuti in Giordania, Libano, Siria, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania7.
È proprio il carattere irrisolto della questione dei rifugiati ad aver trasformato la Nakba da semplice evento storico concluso in una catastrofe ancora in corso, come “struttura e processo storico-politico”8.
Gaza: il luogo dove il trauma si ripete
La devastazione di Gaza dalla fine del 2023 ha ulteriormente rafforzato questa percezione. Tra il 7 ottobre 2023 e il 29 aprile 2026, secondo il Ministero della Salute di Gaza, oltre 72.500 palestinesi sono stati uccisi e altri 172.400 feriti, dati successivamente confermati dallo stesso esercito israeliano9 e da uno studio indipendente pubblicato su The Lancet10.
In questo contesto, il riferimento alla Nakba del 1948 è riemerso con forza non soltanto sul piano simbolico, ma anche nella memoria familiare e demografica della Striscia. Circa il 70% della popolazione di Gaza, infatti, risulta registrato come rifugiato presso l’UNRWA: molti degli abitanti colpiti dalla guerra discendono direttamente dalle famiglie palestinesi espulse o fuggite nel 1948. In numerosi casi, i discendenti di coloro che trovarono rifugio a Gaza dopo la prima guerra arabo-israeliana hanno vissuto, generazione dopo generazione, nuovi sfollamenti, distruzioni e perdite sotto i bombardamenti contemporanei.
La continuità evocata tra il 1948 e il presente è stata alimentata, negli anni, anche da dichiarazioni provenienti da esponenti istituzionali israeliani. Nel 2023, il Ministro dell’Agricoltura Avi Dichter affermò che Israele stava «dando il via alla Nakba di Gaza»; in seguito sostenne che la guerra si sarebbe conclusa con una «Nakba 2023»11. Tali parole hanno contribuito a rafforzare, nell’opinione pubblica palestinese e araba, la lettura del conflitto come ulteriore capitolo di una lunga storia di espulsioni e privazione territoriale. Del resto, il termine Nakba era già da anni oggetto di una profonda contesa politica e memoriale: nel 2011 Israele approvò la cosiddetta “Legge Nakba”, che consente di revocare finanziamenti pubblici alle istituzioni che commemorano ufficialmente l’evento.
Su questo sfondo si inserisce anche la crescente centralità dell’UNRWA, agenzia creata nel 1950 proprio per assistere i rifugiati palestinesi della Nakba. Il 16 settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite concluse che lo Stato d’Israele aveva commesso genocidio a Gaza, sostenendo che fossero stati ostacolati gli aiuti umanitari e le attività delle principali agenzie internazionali, inclusa l’UNRWA, al fine di provocare «la distruzione fisica dei palestinesi a Gaza attraverso condizioni di vita invivibili»12. Già dal marzo 2025, infatti, le autorità israeliane avevano impedito all’agenzia di introdurre direttamente personale umanitario e aiuti nella Striscia; alla fine di aprile dello stesso anno, l’UNRWA dichiarò inoltre di aver esaurito le proprie scorte alimentari.
In questa prospettiva, il blocco dell’UNRWA assume un significato che supera la sola dimensione emergenziale. Non rappresenta soltanto una crisi umanitaria contingente, ma colpisce direttamente l’istituzione nata per gestire le conseguenze della Nakba del 1948. Ciò rafforza l’idea di una continuità storica tra l’espulsione originaria e le dinamiche contemporanee del conflitto: una circolarità simbolica e politica nella quale la questione dei rifugiati palestinesi rimane, ancora oggi, irrisolta.
Il Libano e la lunga ombra del 1948
Anche il Libano continua ad essere uno dei luoghi in cui il peso della Nakba rimane più evidente. L’arrivo di decine di migliaia di rifugiati palestinesi dopo il 1948 incise profondamente sugli equilibri interni del Paese, alimentando tensioni che sfociarono nella guerra civile. La presenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel sud del Libano portò Israele a lanciare un’invasione nel 1982, nel corso della quale avvennero i massacri di Sabra e Shatila: tra 2.000 e 3.500 palestinesi13 furono uccisi dai membri di una milizia cristiana di estrema destra, il Partito delle Falangi, con la copertura e il coordinamento delle forze israeliane.
Fu proprio quell’invasione a produrre uno degli esiti geopolitici più duraturi del conflitto: l’Iran, governato dal clero sciita dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, sostenne la formazione di milizie nella regione meridionale del Libano a maggioranza sciita per combattere l’invasione israeliana. Entro il 1985, queste milizie erano in larga parte confluite in Hezbollah, che, dopo la guerra civile, superò l’esercito libanese come principale forza armata del Paese e si impose come potente rete di assistenza sociale, oltre che partito politico.
In questo contesto, anche i campi profughi palestinesi hanno continuato a rappresentare uno spazio sospeso tra marginalizzazione sociale, militarizzazione e instabilità regionale. Nel 2025 il governo libanese avviò un programma per il disarmo delle fazioni armate presenti nei campi palestinesi, all’interno di un più ampio tentativo di riaffermare il monopolio statale della forza. Il Libano ospita circa mezzo milione di rifugiati palestinesi, molti dei quali discendenti diretti degli sfollati del 1948 e tuttora privi di pieni diritti civili e sociali. In questo senso, il disarmo venne presentato anche come possibile premessa per una futura revisione del loro status giuridico e delle loro condizioni di vita.
La guerra regionale del 2026 ha però riportato i campi palestinesi al centro del conflitto. Il campo di Ain al-Hilweh, il più grande del Libano, è tornato a essere coinvolto nelle operazioni militari israeliane contro gruppi armati palestinesi presenti nel Paese. Per molti abitanti dei campi – già discendenti dei rifugiati della Nakba – il conflitto ha significato un nuovo sfollamento, alimentando la percezione di una precarietà mai realmente conclusa.
Un cessate il fuoco tra Israele e Libano è entrato in vigore il 16 aprile 2026, inizialmente per dieci giorni, prima di essere esteso nelle settimane successive con mediazione statunitense. Nonostante ciò, la situazione umanitaria nel Paese è rimasta estremamente fragile, tra bombardamenti intermittenti, tensioni lungo la frontiera meridionale e decine di migliaia di sfollati interni impossibilitati a rientrare nelle proprie abitazioni.
L’Iran e la causa palestinese: da imperativo ideologico a sostegno concreto
Negli ultimi decenni la causa palestinese è diventata anche uno dei principali assi del confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Il rapporto tra Teheran e la questione palestinese affonda le sue radici ben prima della Rivoluzione del 1979: già nel 1968, Khomeini emise un decreto religioso a sostegno delle forze fedayin palestinesi, consentendo ai propri seguaci sciiti di destinarvi le elemosine religiose. Con la presa del potere, quella posizione si tradusse immediatamente in gesti simbolici carichi di significato: una volta deposto lo Shah, fu Khomeini in persona a invitare il Presidente dell’OLP Yasser Arafat in Iran, cedendogli gli spazi dell’ex ambasciata israeliana a Teheran. Arafat, di fronte alla folla iraniana, dichiarò che con la Rivoluzione Islamica «la strada per la Palestina passa ora attraverso l’Iran»14.
L’Ayatollah Khomeini istituì inoltre, nello stesso anno, la Giornata Internazionale di Quds come evento annuale globale per mobilitare l’opposizione al controllo israeliano di Gerusalemme, presentando la liberazione palestinese come un dovere religioso e anticoloniale. Questa istituzionalizzazione produsse effetti duraturi: per molti Paesi a maggioranza sunnita, opporsi apertamente a tale narrazione divenne politicamente rischioso. Governi come quello saudita, pur diffidenti dell’agenda rivoluzionaria iraniana, trovarono difficile contestare apertamente una causa così radicata nell’opinione pubblica musulmana. Il risultato fu una progressiva normalizzazione della leadership ideologica di Teheran su uno dei temi più sensibili dell’Islam.
Ma il sostegno iraniano non rimase sul piano simbolico. La strategia iraniana portò all’appoggio alla formazione di gruppi armati in diversi Paesi del Medio Oriente – tra cui Hezbollah in Libano e le organizzazioni armate palestinesi – attraverso la Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che divenne l’attore cruciale nel rafforzamento di queste relazioni. Nel caso di Hamas, il sostegno iraniano ha incluso aiuti finanziari, addestramento militare e, soprattutto, la fornitura di tecnologia missilistica, consentendo lo sviluppo di un arsenale di razzi più sofisticato e a più lungo raggio. Tra il 1990 e il 2000, il sostegno finanziario iraniano ad Hamas si attestò, secondo le stime, tra i 20 e i 50 milioni di dollari annui, cifre che nel tempo sono aumentate sensibilmente: il Dipartimento di Stato americano ha stimato che Teheran fornisca fino a 100 milioni di dollari l’anno di supporto complessivo ai gruppi armati palestinesi15.
Questo sostegno assume un significato storico particolare se collocato nel contesto regionale: negli stessi decenni in cui l’Egitto (1979) e la Giordania (1994) normalizzavano i rapporti con Israele, e mentre i negoziati di Oslo degli anni Novanta sembravano ridefinire i termini del conflitto, l’Iran rimase il principale Stato che continuava a sostenere materialmente la resistenza armata palestinese. A differenza delle narrative prevalenti nei media occidentali, che descrivono l’Asse della Resistenza come un progetto espansionista, esso si sviluppò originariamente attorno all’alleanza tra Iran, Siria e Hezbollah, fondata sulla cooperazione strategica, sulla deterrenza reciproca e sull’opposizione comune a Israele e all’influenza statunitense nella regione16: una lettura che, nell’ottica di molti palestinesi e osservatori arabi, conferisce a quel sostegno una legittimità che le sole dichiarazioni retoriche non avrebbero potuto garantire. Non è un caso che Hamas, nonostante le differenze ideologiche, in quanto sunnita, abbia trovato con l’Iran sciita un terreno comune nell’opposizione ad Israele e in una visione condivisa della liberazione palestinese, mantenendo allo stesso tempo un grado di autonomia politica e strategica focalizzata sugli interessi palestinesi.
La centralità della causa palestinese nella strategia iraniana è rimasta evidente anche durante la guerra del 2026. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva coordinata contro l’Iran che ha colpito Teheran e numerosi obiettivi militari e governativi, provocando la morte del Leader Supremo Ali Khamenei e di altri alti esponenti del regime. Nonostante il Paese sia entrato in una fase di profonda instabilità politica e militare, la leadership iraniana ha continuato a presentare la questione palestinese come un elemento identitario irrinunciabile.
Emblematico è stato il Quds Day del 2026, celebrato nell’ultimo venerdì del Ramadan poche settimane dopo gli attacchi. A Teheran migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni insieme a figure di primo piano della Repubblica Islamica, tra cui il Presidente Masoud Pezeshkian e Ali Larijani17. In un momento in cui il regime affrontava una crisi esistenziale, la scelta di non cancellare la Giornata di Quds ha assunto un forte valore simbolico: riaffermare la continuità ideologica della Repubblica Islamica attraverso il sostegno alla Palestina.
Gli attacchi del 2026 hanno colpito inoltre un Iran già indebolito da proteste interne, dalla crisi economica e dal progressivo logoramento dei suoi alleati regionali dopo anni di conflitti iniziati con l’escalation del 2023. Tuttavia, la successione di Mojtaba Khamenei alla guida del sistema politico-religioso iraniano ha suggerito una continuità piuttosto che una rottura: molti osservatori hanno interpretato la sua ascesa come il segnale che il sostegno alla resistenza palestinese sarebbe rimasto uno dei pilastri ideologici fondamentali della Repubblica Islamica anche nel periodo postbellico.
Conclusione
A settantotto anni dalla Nakba, il conflitto israelo-palestinese continua a proiettare i propri effetti ben oltre i territori palestinesi: questi tre fili – Gaza, il Libano, l’Iran – si sono aggrovigliati fino a produrre una crisi regionale senza precedenti. Dai campi profughi del Libano alle macerie di Gaza, dalla crisi istituzionale dell’UNRWA – i cui dipendenti sono stati accusati dal governo israeliano di coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre 2023, portando alla sospensione temporanea dei finanziamenti da parte di numerosi donatori e, nell’ottobre 2024, al divieto di operare in Israele, approvato dalla Knesset – fino allo scontro strategico tra Israele e Iran, molte delle crisi che attraversano oggi il Medio Oriente affondano le proprie radici in quella frattura del 1948.
In definitiva, il 15 maggio non è soltanto un giorno di lutto per i palestinesi. È il momento in cui una ferita che il mondo ha più volte dichiarato chiusa si riapre e dimostra di non essersi mai cicatrizzata. Quel che rende il 15 maggio più di una data commemorativa è proprio la sua capacità di tenere insieme piani diversi: la storia, il diritto internazionale irrisolto, le identità collettive e le rivalità geopolitiche. La Nakba non appartiene al passato perché le sue conseguenze – i rifugiati senza Stato, le terre contese, le guerre per procura – strutturano ancora il presente. Ogni nuovo conflitto, ogni nuova ondata di sfollamenti, ogni nuova alleanza regionale porta con sé l’eco del 1948. Non come retorica, ma come catena causale concreta e documentabile. Finché quella catena non sarà spezzata – attraverso il riconoscimento dei diritti, la fine dell’occupazione e una soluzione politica credibile – il Medio Oriente continuerà a combattere, sotto nomi diversi, le stesse guerre.
- https://www.palestine-studies.org/en/node/1647946/1000 ↩︎
- Prendendo come riferimento il 15 maggio 1948, l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, data scelta per questa ricorrenza. ↩︎
- https://timesofindia.indiatimes.com/defence/international/900-strikes-during-first-12-hours-all-about-the-us-israel-operation-that-killed-irans-khamenei/articleshow/128903340.cms ↩︎
- Zureiq, C., Ma’na al-Nakba (Il significato della catastrofe), Beirut, 1948. ↩︎
- https://www.aljazeera.com/news/2023/4/9/the-deir-yassin-massacre-why-it-still-matters-75-years-later ↩︎
- https://web.archive.org/web/20150702150304/http://unispal.un.org/UNISPAL.NSF/0/C758572B78D1CD0085256BCF0077E51A ↩︎
- https://www.unrwa.org/palestine-refugees ↩︎
- Secondo la definizione dello studioso Patrick Wolfe. ↩︎
- https://www.timesofisrael.com/idf-believes-70000-gazans-killed-in-war-as-claimed-by-hamas/ ↩︎
- https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(25)00522-4/fulltext ↩︎
- https://www.haaretz.com/israel-news/2023-11-12/ty-article/israeli-security-cabinet-member-calls-north-gaza-evacuation-nakba-2023/0000018b-c2be-dea2-a9bf-d2be7b670000 ↩︎
- https://www.ohchr.org/en/press-releases/2025/09/israel-has-committed-genocide-gaza-strip-un-commission-finds ↩︎
- https://www.aljazeera.com/features/2023/10/24/israels-war-in-gaza-revives-sabra-and-shatila-massacre-memories-in-lebanon ↩︎
- https://today.lorientlejour.com/article/1155297/when-the-road-to-palestine-passed-through-iran.html ↩︎
- https://www.state.gov/wp-content/uploads/2023/02/Country_Reports_2021_Complete_MASTER.no_maps-011323-Accessible.pdf ↩︎
- https://www.britannica.com/topic/Axis-of-Resistance ↩︎
- https://www.aljazeera.com/news/2026/3/13/explosions-near-tehran-al-quds-day-march-in-solidarity-with-palestinians ↩︎
