La prima vittima di ogni guerra è la verità. Ma quella contro l’Iran che Stati Uniti e Israele hanno cominciato già nel giugno scorso, e dalla quale ora il Presidente Trump sta cercando una via d’uscita diplomatica, sembra rendere questa massima più attuale che mai. Eppure già in queste settimane di cessate il fuoco, ma con il blocco dei traffici nello Stretto di Hormuz ancora lontano da una soluzione, cominciano a venire a galla significative omissioni nelle cronache ufficiali della guerra da parte americana.
Hanno cominciano infatti a venire al pettine non solo gli attacchi di Washington e Israele contro obiettivi civili in Iran – circa 130 mila secondo le autorità iraniane, tra scuole e università, abitazioni e industrie, ponti e siti culturali Unesco – ma anche diverse reticenze sulla portata effettiva delle perdite subite dagli Usa, e sugli effetti reali dei bombardamenti contro le strutture nucleari di Teheran. E restano ancora aperti molti interrogativi su cosa sia veramente accaduto nella notte del 5 aprile in una zona desertica dell’Iran centrale, teatro di un’operazione di salvataggio del secondo pilota di un aereo da combattimento abbattuto dagli iraniani. Operazione che si sospetta abbia fatto in realtà da copertura per una missione, rovinosamente fallita, per sottrarre a Teheran proprio quelle scorte di uranio altamente arricchito che si ritengono nascoste in un sito sotterraneo nei pressi di Isfahan.
Gli USA contano i danni, oltre 200 installazioni militari danneggiate o distrutte nella regione
Una recente esclusiva del Washington Post ha rivelato in questi giorni che l’Iran ha colpito un numero di obiettivi militari USA nella regione di gran lunga superiore a quanto dichiarato da fonti ufficiali e precedentemente riportato dai media.
Secondo un’analisi di immagini satellitari condotta dal Washington Post, infatti, dall’inizio della guerra gli attacchi aerei iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o attrezzature presso siti militari USA nella regione, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, aerei e importanti strumentazioni radar, di comunicazione e di difesa aerea. Non potendo avere accesso alle immagini satellitari dei due maggiori fornitori commerciali (Vantor e Planet) – che si sono adeguati alla richiesta del governo statunitense di non renderle pubbliche in tempo di guerra – i giornalisti del quotidiano hanno fatto ricorso a quelle fornite dalle agenzie di stampa iraniane per documentare i danni inferti ai siti USA in Medio Oriente. Immagini fornite a scopi evidentemente propagandistici, che tuttavia sono state messe a confronto con quelle prodotte dal sistema satellitare europeo e con quelle di Planet ancora disponibili. E così sono emerse 217 strutture e 11 mezzi di equipaggiamento danneggiati o distrutti in quindici basi nella regione. Secondo gli esperti interpellati dal Washington Post, tali danni suggeriscono che l’esercito statunitense abbia sottovalutato la capacità iraniana di colpire con precisione, non adattandosi abbastanza alla moderna guerra con i droni e lasciando poco protette alcune basi.
L’articolo del Washington Post giunge una settimana dopo che la CNN aveva rivelato che almeno 16 siti militari americani, sulle circa 30 postazioni statunitensi in Medio Oriente, erano stati danneggiati dagli attacchi iraniani. Dall’inizio della guerra altri media avevano dato notizia di danni alle basi USA, come il New York Times e NBC News, ma mai si era giunti a quantificarli in una simile portata.
Ma anche sul fronte degli attacchi ai siti nucleari, da parte di USA e Israele, le cose non sembrano andare molto meglio: una nuova inchiesta della CNN rivela infatti che componenti chiave della catena di approvvigionamento per il programma nucleare di Teheran restano intatte, contrariamente a quanto affermato da Trump, che sosteneva di averlo “obliterato” con le sue superbombe già nella guerra di giugno. E invece, secondo la tv americana, altre immagini satellitari suggeriscono che qualcosa di molto prezioso viene custodito e protetto in una zona desertica nei pressi di Isfahan.
Il salvataggio di un pilota o un blitz fallito per trovare l’uranio?
E proprio i dintorni di Isfahan – splendida città storica ricca di bellezze architettoniche e giardini, nel cui centro si trova la maestosa piazza Naqsh-e jahān – sono stati il teatro di un’operazione militare ancora misteriosa, ma soprattutto causa di gravi perdite per l’aeronautica e le forze speciali statunitensi. Tutto è cominciato con l’abbattimento, il 3 aprile scorso, di un caccia F15E Strike Eagle da parte dell’anti-aerea iraniana. I due piloti sarebbero riusciti a salvarsi paracadutandosi fuori. È molto probabile – riferisce la BBC – che il velivolo fosse stato impiegato in ruoli difensivi per abbattere droni e missili da crociera iraniani.
Secondo la versione ufficiale di Washington, i due piloti sarebbero stati recuperati in due missioni distinte, a distanza di due giorni l’uno dall’altro. I media americani hanno illustrato il successo della duplice operazione di salvataggio, pur lasciando molti interrogativi aperti. Per esempio, il 7 aprile l’Associated Press riportava che gli USA si erano avvalsi di decine di aerei, di centinaia di uomini, di tecnologia segreta della CIA e di una buona dose di depistaggi, al fine di recuperare i due piloti. Il primo era stato salvato poche ore dopo l’abbattimento dell’F15E, con l’impiego di elicotteri, aerei cisterna per il rifornimento in volo e caccia spediti in profondità in territorio nemico. L’operazione aveva registrato la perdita di un A-10 Warthog, il cui pilota era però riuscito a raggiungere un paese amico, prima di salvarsi gettandosi fuori del velivolo.
Più lungo e complesso il recupero del secondo pilota, l’addetto ai sistemi d’arma. Il militare, pur ferito e sanguinante, sarebbe riuscito in una difficile arrampicata per nascondersi in una zona montuosa a 2.000 metri di quota, segnalando con cautela la propria posizione con strumenti molto avanzati, fino ad essere avvistato dalle forze USA.
“Protetti da un’armata aerea di droni, aerei d’attacco e altro ancora”, riporta ancora AP, i soccorritori sono entrati in azione domenica 5 aprile. La missione di salvataggio ha coinvolto 155 velivoli, tra cui quattro bombardieri, 64 caccia, 48 aerei cisterna per il rifornimento in volo, 13 aerei di soccorso e altri ancora, ha affermato Trump citato dalla BBC. “Aerei cargo hanno trasportato tre piccoli elicotteri – è ancora il racconto dell’AP – che si sono radunati vicino alla zona montuosa dove l’aviatore disperso si nascondeva in una grotta o in un crepaccio. Ma al momento della partenza, gli aerei cargo erano troppo appesantiti da attrezzature e personale per decollare dal terreno sabbioso”. Il pilota abbattuto e i suoi soccorritori sono così stati recuperati da tre “aerei più leggeri e veloci”, ma i velivoli e le attrezzature rimasti a terra sono stati fatti saltare in aria per impedire che cadessero in mani iraniane. Secondo Trump, molti dei numerosi velivoli impiegati nell’operazione erano lì solo per ingannare gli iraniani. Il Presidente, noto per il suo amore per le iperboli, si era inoltre lasciato sfuggire che nell’operazione erano stati impiegati centinaia di uomini.
La versione iraniana dell’accaduto è molto diversa. Cominciamo dal portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei. L’area in cui si presume si trovasse il pilota americano è tra Kohgiluyeh e Boyer Ahmad – ha detto il 6 aprile in una conferenza stampa, di cui hanno riferito fonti diplomatiche iraniane – mentre la zona in cui si è tentato o si intendeva far sbarcare le truppe è molto distante, nel centro dell’Iran. Pertanto, non si può escludere la possibilità che questa operazione sia stata un’operazione diversiva per rubare l’uranio arricchito. Operazione quest’ultima comunque fallita, tanto che Baghei l’ha definita una “Tabas 2”. Ossia la replica di un rovinoso tentativo statunitense di liberare i 52 ostaggi trattenuti per 444 giorni dai rivoluzionari nella loro ambasciata: la cosiddetta operazione Eagle Claw, avvenuta il 24-25 aprile 1980 nel deserto di Tabas e ostacolata da una tempesta di sabbia e guasti meccanici, fino a concludersi con la morte di otto militari americani e la distruzione un aereo da trasporto C-130 Hercules e di un elicottero CH-53 Sea Stallion.
“È ormai chiaro che quest’operazione non aveva alcun collegamento con il presunto salvataggio di un pilota di caccia F-15 abbattuto”, si legge in un’esclusiva del 7 aprile di Presstv, testata in inglese della tv di stato iraniana. Al contrario, le prove esaminate e confermate dal canale televisivo indicano che “il vero obiettivo era infiltrarsi e attaccare uno degli impianti nucleari iraniani a Isfahan”. Vicino al quale si trovava una pista di atterraggio abbandonata, scelta appunto per l’atterraggio del primo C-130, uno dei due aerei cargo poi rimasti distrutti al suolo.
“Gli americani hanno commesso un errore di valutazione, credendo che la difesa aerea iraniana non sarebbe stata in grado di contrastare gli aerei coinvolti nell’operazione” – si legge ancora sul sito di Presstv – mentre erano invece “in stato di massima allerta, in attesa del loro arrivo. Di fatto, le forze speciali americane sono cadute direttamente in una trappola tesa dalle forze iraniane”. “Esercito, forze di Polizia (Faraja), Guardie della Rivoluzione (IRGC) e “le forze popolari locali” – prosegue il racconto – inizialmente non hanno mostrato una reazione significativa all’atterraggio del primo C-130, che trasportava decine di commando delle forze speciali. Le prove dimostrano che questo aereo ha deviato leggermente dalla pista abbandonata durante l’atterraggio […]. Pochi minuti dopo, un secondo C-130 si è avvicinato, trasportando veicoli speciali, diversi elicotteri MH-6 Little Bird e altro equipaggiamento di supporto. In quel momento, le forze iraniane presenti sul posto hanno preso di mira il secondo aereo prima che potesse atterrare”, costringendolo a un atterraggio d’emergenza. “Poco dopo sono arrivati anche due elicotteri Black Hawk. È stato in quel momento che gli aerei, gli elicotteri e i commando sbarcati dal primo velivolo sono diventati bersagli perfetti per le forze armate iraniane”.
E così l’operazione per infiltrarsi nel sito nucleare sarebbe stata trasformata in un “disperato” salvataggio per le decine di militari intrappolati sotto il fuoco iraniano. “Gli americani hanno inviato immediatamente diversi aerei più piccoli per evacuare le loro forze, riuscendo a stento a radunare i singoli uomini e a portarli in salvo dalla situazione mortale”. Nella fuga, alcuni militari avrebbero abbandonato anche i loro equipaggiamenti, e perfino un documento di identità. Poi, mentre i caccia americani impedivano alle forze iraniane di avvicinarsi, sono state le stesse forze USA a bombardare pesantemente i C-130 e gli altri mezzi abbandonati sul terreno, compresi sia gli elicotteri Little Bird già sbarcati sia quelli rimasti nella stiva dell’aereo da trasporto”.
Nonostante l’esito rovinoso, Presstv prevedeva che Trump avrebbe continuato a inventarsi altre operazioni in “stile-Hollywood”. Ma gli iraniani non sono da meno, visto che hanno creato una breve ricostruzione cinematografica della loro versione dei fatti, in perfetto stile hollywoodiano pure loro.
Un’ulteriore analisi critica dei fatti, e densa di dettagli tecnici, compare sempre su Presstv il 9 aprile, firmata dall’analista militare Mohammad Molaei, il quale scrive, tra l’altro: “Non erano necessari due aerei HC-130J per salvare un singolo ufficiale addetto alle armi; la missione avrebbe potuto essere compiuta con un solo aereo”.
Un video ampiamente diffuso online – hanno inoltre riferito vari media occidentali fra i quali Newsweek – mostrava fra l’altro documenti d’identità appartenenti ad un militare statunitense. Fonti iraniane non verificate affermano, scrive il settimanale statunitense, che gli oggetti sarebbero stati recuperati dai resti di un aereo americano abbattuto in Iran. Uno screenshot, attribuito ad una diretta televisiva iraniana, sembra mostrare un foglietto che conferma l’autorizzazione a soggiornare in Israele fino a giugno, per una persona arrivata nel paese il 20 marzo. Nella stessa immagine è visibile una carta d’identità con data di scadenza apparente a settembre 2027. Entrambi i documenti riportano il nome “Amanda M. Ryder”. Il dettaglio potrebbe far pensare ad un diretto coinvolgimento anche di mezzi e forze speciali israeliane.
Ma anche la presunta operazione per sottrarre l’uranio arricchito potrebbe rientrare tra i “diversivi” vantati dall’intelligence statunitense per l’operazione. È quanto per esempio ipotizza Gianluca De Feo nella sua ricostruzione su Repubblica del 7 aprile: un possibile “diversivo”, cioè, per allontanare gli iraniani dalla zona calda, quella del recupero del pilota.
La CIA: Teheran può resistere per mesi
In ogni caso, resta sospetto che non siano state fornite informazioni sull’identità e le condizioni di salute dei due piloti salvati con tanto dispendio di forze e perdita di velivoli di grande valore. Tanto più sospetto se si considera che Trump avrebbe avuto tutto l’interesse a farlo, per recuperare nei sondaggi e rivalutare il ruolo statunitense in una guerra che, ad oggi, si presenta come una vera palude da cui l’inquilino della Casa Bianca fatica a tirarsi fuori. E non lo aiutano certo le ultime stime della CIA, rivelate dal Washington Post: secondo l’intelligence USA, infatti, l’Iran può sopravvivere al blocco navale statunitense oltre lo stretto di Hormuz per almeno tre o quattro mesi, prima di dover affrontare difficoltà economiche più gravi. Più o meno il tempo che deve passare per le elezioni parlamentari del Midterm negli Stati Uniti. Inoltre, Teheran conserverebbe ancora significative capacità missilistiche balistiche, intorno al 70% delle sue scorte prebelliche, nonostante gli intensi bombardamenti subiti. Solo pochi giorni fa, in un discorso dallo Studio Ovale, Trump aveva detto invece che i missili iraniani erano stati “in gran parte decimati” e ridotti probabilmente al 18-19% di quelli che c’erano prima.
Ma le cose stanno evidentemente molto peggio, e a rivelarlo sono proprio alcuni media statunitensi, nonostante certi atteggiamenti intimidatori del Presidente verso la stampa. Ed è per questo che Trump ha bisogno di porre fine a questa guerra molto presto. E soprattutto molto prima del voto di novembre.
