A distanza di oltre un mese dall’inizio della tregua nella guerra di USA e Israele contro l’Iran, la possibilità di una riapertura dei negoziati tra Washington e Teheran sembra sempre più lontana. La scorsa notte il Presidente Trump ha bocciato come “totalmente inaccettabile” la controproposta iraniana al suo piano per un accordo, e ha minacciato che, senza negoziati, gli Stati Uniti andranno a prendersi con la forza quei 440 kg di uranio arricchito al 60% di cui Teheran sarebbe ancora in possesso. Rimettendo così sul tavolo uno dei maggiori macigni sul piano negoziale: quella scorta di uranio altamente arricchito la cui rimozione dal paese è stata appena e puntualmente riproposta dal premier israeliano Netanyahu, come una delle condizioni indispensabili per porre fine alla guerra. Anche se la controproposta iraniana prevede, fra l’altro, un ammorbidimento proprio su questo specifico punto.
“Gli Usa chiedono che le intere scorte iraniane vengano spedite fuori dal Paese”, sintetizza l’analista irano-americano Trita Parsi. “In passato, Teheran si era rifiutata di spedirne anche solo una parte, accettando unicamente di diluirle. Nella sua ultima proposta, tuttavia, offre di diluirne una parte e di spedire il resto in un paese terzo. Le proporzioni esatte non sono chiare. Tuttavia – conclude Parsi dopo un istruttivo excursus storico sulla più che ventennale questione dell’arricchimento – “l’insistenza nel voler spedire le intere scorte sembra essere un altro esempio di come Trump permetta che le linee rosse americane vengano sostituite da quelle di Israele. Sarebbe un peccato se l’intera trattativa fallisse per questo motivo”.
Naturalmente il tema dei 440 kg di uranio non è l’unico ostacolo per quell’accordo preliminare con Teheran che Trump sperava di poter avere prima della sua visita in Cina: restano infatti aperte le enormi questioni del duplice blocco ai traffici dello stretto Hormuz – quello iraniano e quello statunitense – della fine degli attacchi di Israele in Libano, della revoca delle sanzioni e dei risarcimenti di guerra chiesti da Teheran. Ma, anche in uno scenario che proprio la guerra in Iran ha reso più ampio e complicato che mai, e ha ormai messo in affanno tutta l’economia mondiale, l’insistenza di Usa e Israele su questo punto dimostra come le presunte intenzioni di Teheran di armare il proprio programma nucleare restino l’alfa e l’omega di tutta la vasta gamma di ragioni accampate per giustificare decenni di ostilità e infine anche di quest’ultima guerra, tragicamente guerreggiata. Ma il conflitto riapertosi il 28 febbraio – dopo la guerra dei Dodici giorni dello scorso giugno – e durato per quasi due mesi, ha fatto molto male non solo all’Iran, ma anche agli Stati Uniti e all’intera economia mondiale. Tanto che in queste settimane, al di là delle sue mirabolanti minacce, Trump è parso cercare in tutti i modi una via d’uscita diplomatica. Mentre venivano sempre più a galla significative omissioni nelle cronache belliche ufficiali da parte americana.
Da parte sua l’Iran, rimarca Al Jazeera, “desidera che la prima fase dei negoziati si concentri sulla fine delle ostilità e sulla garanzia della “sicurezza marittima” nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, prima di passare a negoziati secondari su questioni più ampie, tra cui il suo programma nucleare e il sostegno a gruppi per procura in Medio Oriente”. Quanto all’arricchimento dell’uranio, l’Iran sarebbe disposto a sospenderlo ma per un periodo più breve rispetto alla moratoria di 20 anni proposta dagli USA.
In base all’accordo sul nucleare del 2015, l’Iran poteva arricchire l’uranio fino al 3,67%, mentre ora – dopo il suo ritiro da quell’accordo nel 2018 – Trump chiede che l’arricchimento da parte dell’Iran venga ridotto allo 0%.
