Il sionismo ha due livelli di espressione. Il primo è quello che, alla luce del sole, con le armi o con il commercio, sostiene il regime infanticida di Tel Aviv. Il secondo è ancora più preoccupante, perché è meno esplicito del primo ma, proprio per questo, è in grado di fare più danni: è coperto, ambiguo, e non ti permette di cogliere la vera natura del prodotto che offre.
Da anni, Teatri di Vita a Bologna si è fatto conoscere per il suo sostegno ai diritti degli oppressi e per la sua sensibilità verso la questione palestinese; nel 2025 ha addirittura dedicato un’intera stagione a Gaza. Tuttavia, oggi ospita lo spettacolo di un iraniano islamofobo e filo-sionista, Ashkan Khatibi, che pubblicamente esprime un odio viscerale verso i palestinesi con toni raccapriccianti e intrisi di sessismo.
Il direttore del teatro è stato informato delle posizioni di Khatibi; nonostante ciò, ha deciso comunque di ospitarlo, dimostrando quanto quella che per anni è apparsa come un’attenzione etica fosse in realtà un’operazione di facciata funzionale a interessi materiali. Questo teatro ha strumentalizzato il sentimento di chi ha sostenuto economicamente le sue iniziative apparentemente pro-palestinesi, ma non appena ha intercettato il caldo mercato dell’Iran, ha concesso spazio allo spettacolo di uno sionista solo perché critico nei confronti dello Stato iraniano.
Non mi sorprende Khatibi, né quella parte consistente della diaspora iraniana che ha abbracciato il sionismo. Nella loro visione miope sentono il bisogno di compiacere a ogni costo il contesto ospitante per apparire integrati in Europa. Mi sorprende invece il comportamento di Teatri di Vita, che, pur essendo consapevole della gravità dell’ipocrisia in cui è caduto, continua a praticarla.
Negli ultimi anni, molti iraniani – soprattutto nella diaspora – hanno giustificato la propria islamofobia e il proprio sionismo sottolineando le violazioni dei diritti umani perpetrate per decenni dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Loro condannano una forma di brutalità sostenendone un’altra. Utilizzano la propria condizione di vittime per giustificare un massacro in cui migliaia di altre persone diventano vittime ogni giorno.
Tuttavia, questi iraniani non possono sottrarsi alla responsabilità per la loro partecipazione diretta alla normalizzazione – e persino alla promozione pubblica – della violenza contro i palestinesi limitandosi a richiamare le proprie esperienze di sofferenza. È la stessa logica che Israele utilizza da decenni per giustificare le proprie azioni disumane nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e in Iran. Le narrazioni di vittimizzazione, quando danno origine a visioni polarizzati del mondo, diventano pericolose quanto le azioni stesse di chi esercita la violenza. La visione in bianco e nero prodotta da questa forma di vittimismo è pericolosa perché nasce dalla cecità e conduce alla cecità. Persino il nazismo si è nutrito di narrazioni di vittimismo.
Quando tali narrazioni vengono propagate da individui comuni, il danno è limitato. Ma quando sono sostenute da chi rivendica un ruolo nel mondo dell’arte – da cui ci si aspetterebbe una maggiore sensibilità verso la complessità e la sofferenza umana – il danno è molto più grave. Gli artisti dovrebbero coltivare la riflessività. Eppure il direttore di Teatri di Vita non sembra averlo fatto. Nel suo post su Facebook, Stefano Casi esprime fastidio per quelle che definisce “diverse centinaia di email da tutto il mondo” ricevute dopo aver ospitato uno spettacolo di qualcuno con “posizioni discutibili”.
La domanda a cui Casi non risponde – avendo chiuso i commenti sulla sua pagina Facebook – è: cosa intende esattamente per “discutibile”? È forse “discutibile” il fatto che Khatibi abbia, in più occasioni pubbliche, insultato i palestinesi? Che cosa, precisamente, sarebbe “discutibile” in questo caso, e con chi dovremmo farlo? Per Casi e per gli artisti che hanno ottenuto riconoscimento e sostegno pubblico per le loro iniziative pro-palestinesi, sarebbe stato più onesto abbandonare la posa dell’ignaro. Non c’è nulla da discutere, valutare o considerare con cautela in un simile comportamento. Chi collabora con l’autore di simili parole e azioni nei confronti dei palestinesi non può giustificarsi limitandosi a definire tali posizioni come “discutibili”.
A peggiorare le cose, nel suo post Casi descrive lo spettacolo di Khatibi come una “coraggiosa e potente denuncia del totalitarismo degli Ayatollah”. Ma cosa ci sarebbe di coraggioso? È forse coraggioso, nell’Italia di oggi – dove i media mainstream sono saturi di narrazioni iranofobe – criticare ciò che viene semplicisticamente etichettato come “il regime degli Ayatollah”? In un Paese la cui classe politica non ha speso una mezza parola per condannare gli assassini di 180 bambini innocenti della scuola di Minab, è coraggioso ospitare la performance di qualcuno che sostiene apertamente la guerra contro i civili iraniani?
Se Casi non avesse chiuso i commenti sulla sua pagina Facebook, gli avrei scritto quanto segue: «nessuno degli iraniani che lei liquida come “bot” le ha scritto per opporsi al lavoro di un sionista perché sarebbe un “mercenario” di quello che lei definisce il “regime degli Ayatollah”. Nessuno di questi iraniani ha mai esitato, negli anni, a criticare le violazioni dei diritti umani perpetrate in nome dell’Islam dalla Repubblica Islamica dell’Iran.
Eppure, questi stessi iraniani comprendono che il mondo non è in bianco e nero. Sanno che non si può scartare ogni causa sostenuta dallo Stato iraniano solo perché ci si oppone a quello Stato. Si tratta di fatti elementari che iraniani come Khatibi – che hanno scelto di sventolare la bandiera israeliana – rifiutano di affrontare, perché una visione del mondo in bianco e nero è più facile da digerire. Un mondo fatto di sfumature, al contrario, richiede uno sforzo intellettuale.
Tra questi iraniani, lei ha scelto di interpretare il ruolo dell’ignaro e del cieco, perché ha deciso di trarre profitto da un tema attualmente molto spendibile: l’Iran e le violazioni dei diritti umani. La sua non è una posizione di principio, ma una strategia commerciale. Quando la Palestina è di moda, lei ne diventa difensore; quando l’Iran è in tendenza, improvvisamente “sostiene” gli iraniani. Tuttavia, questa logica opportunistica le impedisce di confrontarsi seriamente con la complessità e la sensibilità del contesto iraniano».
Teatri di Vita si è svenduto a poco prezzo – e così facendo ha perso non solo la propria credibilità, ma anche l’autorità morale che un tempo pretendeva di incarnare.
