Cosa c’entrano i Lego, TikTok e l’intelligenza artificiale nella guerra tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran?
Tra potere politico e comunicazione c’è un rapporto che Louis Hjelmslev avrebbe definito di “interdipendenza”: il potere non può fare a meno della comunicazione. I nuovi media digitali, l’intelligenza artificiale e l’arte svolgono, in tempo di guerra, funzioni che si intrecciano e si sovrappongono: testimonianza e commemorazione, espressione emotiva, propaganda e contropropaganda, riflessione critica. L’IA generativa intensifica queste dinamiche, aprendo nuove forme di narrazione visiva e di contro-narrazioni, ma, al contempo, riproducendo pregiudizi ed edulcorando aspetti cruciali della sofferenza e alimentando, potenzialmente, la disinformazione.
A chi utilizza abitualmente i social media – in particolare X e TikTok – e sta seguendo lo svolgersi del conflitto, non sarà passata inosservata l’emergere di una nuova e interessante strategia comunicativa iraniana divenuta rapidamente virale. Da diverse settimane, infatti, i diversi media statali iraniani producono con velocità forsennata contenuti digitali incentrati sulla guerra e sullo scontro con Trump e Netanyahu, in quella che è divenuta a tutti gli effetti una flame war digitale. Esempi precedenti sono rintracciabili anche nel conflitto russo-ucraino, dove piattaforme con Instagram sono state ampiamente usate per condividere narrative visuali di violenza, disumanizzazione e sacrificio da ambo le parti.
Tre sembrano essere i prodotti principali che sono divenuti più popolari: i famigerati tweet delle diverse ambasciate iraniane in giro per il mondo e soprattutto nel cosiddetto Sud Globale; brevi video realizzati con l’intelligenza artificiale con riferimenti alla guerra; gli ormai celeberrimi video con protagonisti personaggi della Lego. Utilizzando le tecniche del blasting – insabbiare il proprio interlocutore con sottile sarcasmo e derisione – e del trolling – messaggi volutamente provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso – numerosi account X delle ambasciate della Repubblica Islamica hanno cominciato a rispondere alle dichiarazioni della Casa Bianca e di Israele, guadagnando rapidamente una visibilità finora insperata. Ai contenuti lunghi e spesso disarticolati con cui Trump comunica sempre più frequentemente, questi autori rispondono con frasi incisive, taglienti e, soprattutto, umoristiche.


Un secondo filone di contenuti si concentra su video evocativi centrati sulla forza e resistenza della Repubblica Islamica e, parallelamente, sul discredito morale degli avversari politici. A differenza dei prodotti creati dalle generazioni precedenti, si caratterizzano per uno stile più giovanile che strizza l’occhio alla scena globalizzata e cosmopolita.


L’utilizzo dello story telling (processo attraverso il quale si possono analizzare, sviluppare e controllare la narrazione di sé e degli avversari) si basa soprattutto su spettacolarizzazione e mediatizzazione; i video più virali sono indubbiamente quelli ispirati alla grafica dei Lego; sofisticati e con una sceneggiatura alquanto elaborata, mettono in scena episodi distopici che deridono l’amministrazione USA e Israele denunciandone ipocrisia e violenza. A differenza degli altri contenuti, quelli con i Lego provengono, a quanto pare, perlopiù da fonti non direttamente legate allo Stato; il gruppo Explosive Media, con un canale Telegram con oltre settemila iscritti, si presenta come il principale artefice dei video, pubblicizzando i propri prodotti anche su Spotify ed espandendo così la propria circolazione mediale.

Se il legame tra questi giovani creator e la Repubblica Islamica non è stato del tutto verificato, il loro lavoro si pone indubbiamente come pro-regime e ha contribuito in modo significativo a rilanciarne il branding a livello internazionale.
Tra le analisi più interessanti sugli strumenti comunicativi impiegati dalla Repubblica Islamica vi sono indubbiamente i lavori di Narges Bajoghli, professoressa associata alla Johns Hopkins University e autrice, tra gli altri, del volume Iran Reframed: Anxiety of Power in the Islamic Republic (2019). Lo studio di Bajoghli si è concentrato su spazi di potere interstiziali all’interno dell’apparato statale raramente oggetto di ricerca, ovvero l’industria culturale della Repubblica Islamica. All’indomani della propria fondazione e per tutta la sua esistenza, lo Stato iraniano ha dovuto affrontare numerose esigenze di rebranding, volte non solo a trasmettere i propri valori fondanti a generazioni sempre più disilluse e politicamente distanti, ma anche a calibrare di volta in volta il proprio posizionamento sullo scenario internazionale. Significative, in tal senso, le politiche promosse durante i governi di Rafsanjani e Khatami, caratterizzate da una spinta fortemente neoliberale, capitalista e consumista.
La Repubblica Islamica viene quasi unanimemente definita come un sistema monolitico, oscurantista e avverso alla cultura in senso generale; l’affresco che Bajoghli dipinge dell’industria culturale iraniana è affascinante e, per chi poco conosce questa realtà, apparentemente paradossale; la lunga ricerca etnografica si è concentrata in particolare sul ricambio e sul scontro generazionali interni, incentrati sulle diverse visioni di ciò che la cultura dovrebbe e potrebbe fare per la Repubblica Islamica. Non solo cosa e come censurare, ma anche, e soprattutto, come costruire una narrazione credibile e legittima di uno Stato storicamente soggetto a interpretazioni orientaliste e islamofobiche.
La nuova e più giovane generazione di content creator in seno alla Guardia Rivoluzionaria Islamica si distingue per un approccio più sfrontato e innovativo, ben visibile nei prodotti condivisi. Non vi è più traccia dei tentativi di mediazione e, sostiene Bajoghli, del “complesso di inferiorità” caratterizzanti la vecchia guardia; il linguaggio padroneggiato non è più e non solo centrato sul discorso del martirio e del sacrificio, che hanno costituito la cornice interpretativa dei decenni passati, ma si appropria pienamente e con successo degli strumenti e dei discorsi moderni. Lo stile accattivante, la breve durata dei video – pensati per piattaforme come X, rapidamente consumati e dimenticati – l’uso del sarcasmo e della parodia: la cosiddetta Generazione Z dei producer iraniani (o, come verrebbero chiamati in persiano, i dahe-ye hashtad va navad) ha capito perfettamente come suscitare curiosità e simpatia anche nei pubblici politicamente meno impegnati. Distribuiti sui principali social network internazionali, riescono dunque a infiltrarsi e raggiungere utenti che difficilmente seguirebbero attivamente la propaganda iraniana. Non sono pochi, infatti, gli utenti che hanno dichiarato di essere stati spinti a informarsi di più sulle rivendicazioni iraniane nella guerra, proprio dalla creatività dei contenuti.
Secondo Giaccardi, la comunicazione è un processo attraverso il quale i partecipanti creano e condividono informazioni (ma, oltre a questo, creano e condividono un mondo comune), utilizzando uno o più codici che siano comuni. La più grande rivoluzione tecnologica del nostro secolo è forse la possibilità di narrare attraverso i social media, trasformandoli in nuovi strumenti di partecipazione grazie ai quali è possibile non solo condividere contenuti, ma reinventare e perpetuare le tradizioni. Interessante, a tal proposito, l’osservazione della sociologa americana Sherry Turkle secondo cui “ci stiamo spostando dalla cultura moderna del calcolo alla cultura postmoderna della simulazione”. Se il linguaggio definisce la realtà sociale in cui viviamo, quello dei media digitali è dunque il nuovo campo di battaglia su cui si gioca l’egemonia della narrazione.
La narrazione dell’industria culturale che Bajoghli fornisce si inserisce in un filone decennale di studi sociologici e politici che mirano a problematizzare la rappresentazione univoca della Repubblica Islamica, evidenziandone complessità, sfumature e fratture interne. Questo importante lavoro di analisi si è rivelato fondamentale nel tempo per avanzare una lettura dell’Iran che andasse oltre – soprattutto tra il pubblico statunitense – al “regime degli ayatollah” cardine dell’Asse del Male. L’estrema polarizzazione del dibattito pubblico degli ultimi mesi ha fatto sì che numerose figure accademiche, tra cui la ricercatrice Shirin Saeidi e la stessa Bajoghli, abbiano subito violenti attacchi diffamatori volti a denigrare qualsiasi lettura critica come “megafono del regime”. La pericolosità di tali call out è evidente laddove minano a silenziare analisi e narrazioni critiche e complesse, in un panorama mediatico sempre più appiattito e divisivo.
