Sono trascorse alcune settimane dalla tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran, e tutto lascia intendere che le parti si stiano progressivamente avvicinando ad un nuovo accordo riguardante le principali questioni strategiche, tra cui il programma nucleare iraniano, la produzione missilistica e il controllo dello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, all’interno di questi dibattiti geopolitici e diplomatici, sembra essersi progressivamente dissolta ogni attenzione verso la situazione dei diritti umani in Iran, la crisi economica e la richiesta di giustizia per le persone che hanno perso la vita durante le proteste iniziate il 28 dicembre e culminate nei giorni dell’8 e 9 gennaio.
Durante quelle mobilitazioni, diversi esponenti politici statunitensi – incluso l’allora Presidente americano – utilizzarono le proprie piattaforme social per incoraggiare gli iraniani a non abbandonare le piazze e ad opporsi al sistema politico della Repubblica Islamica, lasciando intendere la possibilità di un imminente cambiamento politico. Parallelamente, alcuni gruppi dell’opposizione iraniana in esilio indicarono come possibile figura guida il figlio dell’ultimo sovrano iraniano deposto dalla Rivoluzione del 1979, residente negli Stati Uniti da oltre quarant’anni, sostenendo che una parte significativa delle forze militari iraniane avrebbe appoggiato un eventuale processo di trasformazione interna. Inoltre, nel dibattito pubblico emersero anche evidenze di un presunto sostegno da parte di settori dell’intelligence israeliana ai manifestanti, elemento che contribuì ulteriormente ad alimentare il clima di polarizzazione politica e di tensione interna ed internazionale attorno alle proteste iraniane.
In questo contesto, anche alcuni media satellitari persiani con sede all’estero, come Manoto TV e Iran International, attraverso programmi televisivi, campagne mediatiche e narrazioni fortemente polarizzate, contribuirono ad alimentare l’aspettativa di una mobilitazione permanente, incoraggiando la popolazione a scendere in piazza nei giorni più critici delle proteste.
A manifestare furono soprattutto cittadini esasperati dalla situazione economica e sociale. Al centro delle proteste vi erano il deterioramento delle condizioni di vita, l’aumento del costo della vita, la disoccupazione, l’inflazione e il progressivo impoverimento della popolazione. Una crisi aggravata ulteriormente dall’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 – accordo negoziato per anni dal gruppo 5+1 – e dalla successiva imposizione di nuove e più dure sanzioni economiche contro l’Iran. Tali misure furono giustificate ufficialmente attraverso questioni legate al programma missilistico iraniano, alla sicurezza regionale e ai diritti umani, ma ebbero conseguenze profonde sulla struttura economica e sociale del paese.
Le sanzioni contribuirono infatti alla nascita e al rafforzamento di reti oligarchiche legate all’economia informale e ai meccanismi di aggiramento delle restrizioni internazionali. Parallelamente, si assistette ad una crescente monopolizzazione dell’economia, all’indebolimento del settore privato indipendente, all’aumento della corruzione sistemica e ad una più ampia crisi di gestione amministrativa ed economica.
Per questa ragione, le proteste degli ultimi anni non possono essere interpretate esclusivamente come mobilitazioni per la libertà di espressione o per la democratizzazione del sistema politico. Esse rappresentano anche una richiesta di vita dignitosa, di stabilità economica, di giustizia sociale e di prospettive future per una società composta da una popolazione giovane, istruita e con elevate capacità professionali, ma sempre più priva della possibilità di autodeterminarsi e costruire il proprio futuro.
Le proteste pacifiche proseguite per dieci giorni hanno subito una significativa escalation nelle notti dell’8 e 9 gennaio, trasformandosi in episodi caratterizzati da violenze e forti tensioni. Ancora oggi non esistono dati chiari e trasparenti sul numero effettivo delle vittime e rimane difficile accertare quante persone abbiano perso la vita durante quelle giornate. Le informazioni disponibili sono state diffuse in modo frammentario attraverso alcune fonti mediatiche e piattaforme social, mentre il blocco dell’accesso ad internet imposto in quei due giorni ha ulteriormente ostacolato la circolazione delle notizie e la possibilità di verificare con precisione quanto accaduto. Le conseguenze di tale interruzione comunicativa sono state particolarmente gravi, sia sul piano informativo sia sul piano umano e sociale.
Il governo iraniano ha dichiarato un numero di vittime pari a quasi tremila persone, mentre alcune organizzazioni non governative internazionali, come Hengaw Organization for Human Rights, hanno stimato circa ottomila morti. Tuttavia, la verifica indipendente di tali dati si è rivelata estremamente complessa a causa delle condizioni di guerra, delle limitazioni nell’accesso alle informazioni e dell’assenza di fonti pienamente verificabili.
L’attacco condotto da Israele, e successivamente sostenuto dagli Stati Uniti, nel mese di febbraio, per una durata di quasi due mesi, è stato inoltre giustificato, nel discorso politico e mediatico di alcuni attori coinvolti, anche attraverso il riferimento agli eventi repressivi dell’8 e 9 gennaio. In questo contesto, il tema delle vittime delle proteste è stato progressivamente inserito all’interno di una più ampia narrazione geopolitica, nella quale il dolore e le richieste di giustizia di una parte della popolazione iraniana sono stati spesso strumentalizzati per legittimare obiettivi politici e strategici di natura internazionale.
D’altra parte, le vittime civili di questa guerra – inclusi gli studenti della scuola di Minab – sembrano essere state progressivamente marginalizzate nel dibattito pubblico. Ancora oggi il governo americano non ha fornito chiarimenti completi né assunto pienamente le proprie responsabilità rispetto a quanto accaduto, mentre la tragedia che ha colpito la scuola di Minab, bombardata dagli Stati Uniti, ha riacceso il dibattito sulla protezione dei civili durante i conflitti armati e sulle responsabilità internazionali connesse alle conseguenze umanitarie della guerra. Allo stesso tempo, molte famiglie continuano a chiedere verità e giustizia, sia per le persone che hanno perso la vita durante le proteste interne, sia per le vittime civili causate dagli attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele.
La società iraniana si trova oggi intrappolata tra due dimensioni di crisi: da una parte un sistema politico caratterizzato da restrizioni civili, leggi percepite da parte della popolazione come discriminatorie e limitazioni dei diritti fondamentali – con le donne spesso in prima linea nelle mobilitazioni sociali – e dall’altra una crisi economica profonda, aggravata dalle sanzioni e dalla crescente precarizzazione delle condizioni di vita.
In questo clima di disperazione e sfiducia, una parte della società iraniana ha finito persino per credere, almeno temporaneamente, che un conflitto militare o un’escalation regionale potessero produrre un cambiamento politico radicale, nella convinzione che la situazione non potesse peggiorare ulteriormente rispetto alle condizioni già esistenti. Tuttavia, la guerra e le tensioni regionali hanno prodotto ulteriori distruzioni, colpendo infrastrutture, aree civili e aggravando ancora di più la fragilità economica e sociale del Paese.
Di conseguenza, il principale sconfitto di questa dinamica appare essere proprio il popolo iraniano: una società che per anni ha cercato di resistere, mobilitarsi e chiedere un cambiamento strutturale, ma che oggi si ritrova ulteriormente indebolita tra repressione interna, crisi economica e competizione geopolitica internazionale.
Anche qualora si giungesse ad un nuovo accordo internazionale, resta incerto fino a che punto esso potrà tradursi in un miglioramento concreto delle condizioni di vita della popolazione iraniana, delle libertà civili e delle prospettive future del Paese.
Dopo gli eventi repressivi dell’8 e 9 gennaio, il rapporto tra istituzioni e società appare profondamente compromesso. La capacità del sistema politico iraniano di mantenere stabilità interna continuando a rispondere alle crisi attraverso strumenti repressivi rappresenta oggi una delle principali incognite del futuro del Paese.
Allo stesso tempo, la questione iraniana continua a muoversi in equilibrio precario tra dinamiche interne e competizione geopolitica internazionale, mentre la popolazione civile resta il soggetto che più ha subito le conseguenze della crisi, delle sanzioni e della guerra.
