Doppio standard. Ora che, dopo due settimane di guerra, è stato finalmente confermato che la scuola di Minab è stata colpita due volte, con circa 40 minuti tra un bombardamento e l’altro, forse si potrà cominciare a parlare anche di un altro episodio avvenuto lo stesso giorno: quello della palestra in cui sarebbero state uccise 18 ragazze mentre giocavano a pallavolo.

Le bombe israeliane e americane non cadono su astrazioni. Cadono su scuole, palestre, case, quartieri residenziali. Cadono su vite concrete, su bambini, su ragazze, su famiglie.

Da Lamerd, nella provincia di Fars, sono emerse immagini degli attacchi contro una zona residenziale e contro la palestra Shahid Naeimi. Secondo le autorità locali, nell’attacco sono morte 21 persone, tra cui donne e bambini. Il governatore di Lamerd ha dichiarato che, al momento dell’attacco, nella palestra era presente un gruppo di studenti che si stava allenando. La struttura si trova vicino ad una base militare, ma separata da essa, e nelle immagini satellitari disponibili non si vedono danni evidenti alla base militare.

Israele e Stati Uniti non hanno ancora spiegato perché quel bersaglio sia stato colpito. E la comunità internazionale, finora, tace. Se ci sono volute due settimane per confessare un attacco che avrebbe causato almeno 175 morti nella scuola di Minab, si può immaginare quanto a lungo resteranno nell’ombra episodi come questo, insieme a molti altri.

Eppure, quando si parla dell’Iran, tutto viene spesso ridotto ad una rappresentazione nera e disumanizzante, come se un intero popolo potesse essere cancellato sotto le bombe senza che questo scandalizzi davvero nessuno.

Ma l’Iran non è solo attuale sistema iraniano di cui parlano i telegiornali. È anche una società complessa, viva, colta, capace di produrre conoscenza, intelligenza, talento. Dalle scuole e dalle università iraniane sono uscite figure straordinarie. Maryam Mirzakhani, matematica iraniana, è stata la prima donna al mondo a vincere la Medaglia Fields, il più prestigioso riconoscimento internazionale in matematica. Anche Caucher Birkar, curdo iraniano e laureato all’Università di Teheran, ha ricevuto la stessa onorificenza. Già nel Medioevo il grande spazio culturale iraniano aveva dato al mondo figure come Omar Khayyam, Biruni e Khwarizmi, protagonisti nella nascita dell’algebra e nello sviluppo della trigonometria.

Per questo la questione non è soltanto geopolitica. La questione è umana. Dentro le scuole bombardate e nelle palestre colpite non ci sono numeri, non ci sono “danni collaterali”: ci sono ragazze che avrebbero potuto diventare scienziate, insegnanti, atlete, mediche, musiciste. Ci sono vite spezzate prima ancora di poter mostrare ciò che avrebbero potuto essere.

Paradosso. Nel frattempo, sui social fanno il giro del mondo altre storie: quelle di alcune calciatrici iraniane, tornate dall’Australia, accusate di non aver cantato l’inno nazionale; quelle delle cinque ragazze che non sono rientrate e hanno chiesto asilo. Sono vicende importanti, certo. Ma colpisce il contrasto: per alcune ragazze ci si mobilita, per altre non c’è nemmeno una parola. Per alcune si costruisce un racconto globale, per altre resta solo il silenzio.

E allora la domanda resta lì, semplice e brutale: chi parla per le ragazze di Minab? Chi parla per quelle uccise nella palestra? Chi restituisce loro un nome, una storia, una dignità?

Questa è la guerra che tanti giustificano da lontano. Questa è la guerra che viene presentata come inevitabile, necessaria, perfino giusta. Ma quando le bombe cadono su una scuola o su una palestra piena di ragazze, non c’è nessuna necessità che possa cancellarne l’orrore.