Il funerale di Ali Khamenei non è stato soltanto una cerimonia religiosa o un rito di lutto nazionale, ma una vera manifestazione politica del potere, della continuità istituzionale e della sovranità iraniana dopo la guerra. Dopo quattro mesi, Teheran ha organizzato il funerale della seconda Guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei (1939–2026), ucciso nell’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio 2026, primo giorno della Guerra dei quaranta giorni (chiamata anche Guerra del Ramadan), a Beyt-e Rahbari (la casa della leadership) dove viveva e lavorava. Insieme a Khamenei sono stati uccisi anche quattro membri della sua famiglia: una figlia, un genero, una nuora e la nipote di quattordici mesi, Zahra Mohammadi Golpayegani. La presenza dei familiari all’interno del complesso conferma la natura ibrida del Beyt-e Rahbari, al tempo stesso spazio privato, centro politico e luogo altamente securitario del potere iraniano. La vicenda richiama inoltre la centralità delle reti familiari nel sistema politico della Repubblica islamica: Mojtaba Khamenei, divenuto l’attuale Guida Suprema dopo l’uccisione del padre, è legato ad una delle famiglie più influenti del Paese attraverso il matrimonio con la figlia di Gholam Ali Haddad-Adel, politico di primo piano ed ex Presidente del Parlamento. Allo stesso modo, il cognome Mohammadi Golpayegani rimanda ad un altro ambiente familiare radicato nell’élite religiosa e istituzionale iraniana, confermando il ruolo dei legami matrimoniali nel consolidamento delle reti di potere attorno alla Guida Suprema.

Teheran ha annunciato una settimana di lutto nazionale. Il funerale è iniziato il 4 luglio a Teheran; le bare saranno poi trasferite in diverse città iraniane, prima di proseguire verso Najaf e Karbala, due città sante sciite in Iraq. L’Iraq è oggi il secondo Paese, dopo l’Iran, con la più ampia maggioranza sciita e rappresenta il principale partner regionale di Teheran, soprattutto dopo la perdita della Siria e l’indebolimento del Libano come assi strategici dell’influenza iraniana nella regione. Il corteo funebre si concluderà infine a Mashhad, città natale di Ali Khamenei, dove sarà sepolto accanto al mausoleo dell’ottavo Imam sciita, Imam Reza.

L’organizzazione del funerale avviene in un momento particolarmente delicato. L’Iran è appena uscito da una guerra illegale, subendo danni significativi sia in termini di vite umane sia di infrastrutture. In particolare, Israele ha cercato di colpire non solo basi e infrastrutture militari, ma anche ospedali, scuole, fabbriche, raffinerie e infrastrutture petrolifere, utilizzando una tecnica già impiegata nei territori occupati palestinesi, a Gaza, in Libano, in Siria, in Iraq e altrove. Certamente, la vastità del territorio iraniano e la dimensione della sua popolazione non sono paragonabili a quelle dei Paesi menzionati; tuttavia, proprio per la particolarità del territorio iraniano, il danno non è stato immediatamente visibile come in altri contesti.

Nonostante il sostegno logistico e militare degli americani e israeliani ai vari gruppi oppositori dell’Iran, il mancato coinvolgimento di gruppi interni, tra cui alcune componenti curde, sembra indicare che il governo iraniano sia riuscito a mantenere un controllo significativo sul territorio nazionale. A ciò si aggiunge la strategia difensiva adottata da Teheran, che ha incluso sia la risposta agli attacchi contro le basi militari americane situate nelle monarchie arabe del Golfo Persico – tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Kuwait – sia la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Il cessate il fuoco è arrivato solo dopo settimane di guerra e vari tentativi di mediazione, soprattutto da parte di Pakistan e Qatar. Una prima tregua temporanea era stata annunciata ad aprile, ma è rimasta estremamente fragile, con accuse reciproche di violazione. Il 15 giugno 2026, Stati Uniti e Iran hanno accettato un nuovo accordo per estendere il cessate il fuoco per sessanta giorni e riaprire gradualmente lo Stretto di Hormuz. L’accordo prevedeva inoltre la ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni americane, sui beni iraniani congelati e sulle garanzie di sicurezza per la navigazione nel Golfo Persico. In altre parole, dopo quaranta giorni di guerra, si è tornati quasi al punto di partenza prima della Guerra dei 12 giorni del 2025: lo Stretto di Hormuz da riaprire, i negoziati nucleari da riprendere e nessuna vera risposta politica alle cause profonde del conflitto e diritti umani.

Scuola femminile Shajareh Tayyebeh – Minab, 168 studenti uccisi con i raid statunitensi

Il funerale si è svolto presso il Mosallā-ye Imam Khomeini di Teheran, un vasto complesso religioso, culturale e politico situato nell’area di Abbas Abad. Il progetto nacque all’inizio degli anni Ottanta, dopo la Rivoluzione del 1979, con l’obiettivo di creare uno spazio monumentale destinato alle preghiere del venerdì, ai grandi raduni religiosi e politici, e alle cerimonie ufficiali della Repubblica Islamica dell’Iran. La costruzione iniziò tra la metà e la fine degli anni Ottanta, su progetto dell’architetto Parviz Moayyed-Ahd, e il complesso è rimasto a lungo in fase di completamento. Il Mosallā non è quindi soltanto una moschea, ma uno spazio simbolico del potere post-rivoluzionario iraniano: un luogo pensato per radunare masse, celebrare l’unità ideologica del sistema e mettere in scena i momenti centrali della vita politica e religiosa della Repubblica Islamica.

Prima dell’esposizione pubblica delle bare, il 3 e il 4 luglio sono state organizzate le visite di leader, delegazioni politiche e rappresentanti di vari Paesi. Il ministero degli Esteri iraniano ha annunciato, in un comunicato stampa, che l’invito a partecipare al funerale non era stato inviato a tutti i Paesi, in particolare a quelli dell’Europa occidentale, considerati complici dell’assassinio del leader iraniano e dell’attacco illegale e “dalla parte sbagliata della storia” anche con il loro silenzio. L’assenza delle delegazioni occidentali è stata quindi parte integrante del messaggio politico del funerale. Non si è trattato soltanto di una mancata partecipazione diplomatica, ma di una esclusione deliberata: Teheran ha voluto distinguere tra i Paesi considerati alleati, neutrali o mediatori, e Paesi ritenuti responsabili o complici dell’attacco. In questo senso, il funerale ha ridisegnato simbolicamente la mappa delle alleanze e delle inimicizie della Repubblica Islamica.

Inoltre, all’ingresso di ogni delegazione venivano letti alcuni versetti del Corano, selezionati attentamente e interpretati da molti osservatori come messaggi politici differenziati. Non è stato pubblicato un chiarimento ufficiale da parte delle autorità iraniane sul criterio di scelta dei versetti; tuttavia, va sottolineato il carattere simbolico e diplomatico di questa pratica. Ad esempio, per la delegazione saudita, guidata dal Viceministro degli Esteri Waleed bin Abdulkarim, è stata recitata l’āya 13 della sura Āl ʿImrān, riferita alla battaglia di Badr e alla vittoria dei credenti nonostante l’inferiorità numerica. La scelta è stata interpretata come un messaggio rivolto a Riyadh sul rapporto tra forza militare, alleanze regionali e legittimità religiosa. Per la delegazione qatarina, guidata da Hassan bin Abdullah Ghanim, Presidente del Consiglio della Shura, è stata invece recitata l’āya 2 della sura al-Fatḥ, legata al contesto della pace di Hudaybiyya. In questo caso, molti hanno letto il riferimento come un richiamo al ruolo di mediazione svolto dal Qatar nei negoziati tra Iran e Stati Uniti e al tema della tregua come passaggio tattico, non necessariamente come sconfitta. Per la delegazione pakistana, guidata dal Primo Ministro Shehbaz Sharif, è stata recitata l’āya 80 della sura al-Isrāʾ: una supplica in cui si chiede a Dio un ingresso e un’uscita nella verità, insieme a un sostegno autorevole. La scelta può essere letta come un riferimento al ruolo diplomatico svolto dal Pakistan durante la guerra e ai tentativi di mediazione tra Iran e Stati Uniti, ma anche come un messaggio di legittimazione e continuità nei rapporti tra due Paesi musulmani confinanti.

Per la delegazione turca e per la famiglia di Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979, invece, è stata recitata l’āya 95 della sura al-Nisāʾ, che distingue tra i credenti rimasti inattivi e che si impegnano nella lotta con i propri beni e la propria vita. In questo caso, il riferimento alla jihād e alla superiorità dei “combattenti” sui “sedentari” è stato interpretato come un messaggio più ambivalente, rivolto a un Paese come la Turchia, formalmente vicino all’Iran in alcuni dossier regionali, ma spesso cauto, competitivo e non sempre allineato alla strategia iraniana. Per la famiglia di Khomeini è stato percepito come un richiamo critico alla famiglia Khomeini, vista da una parte del sistema come troppo distante o poco coinvolta nella dimensione militante e rivoluzionaria della Repubblica Islamica.

Secondo alcune ricostruzioni, alla delegazione ufficiale libanese e alla delegazione di Hezbollah sarebbero stati riservati versetti diversi: alla prima un passaggio interpretabile come un invito a seguire la guida divina e a compiere sacrifici sulla via di Dio; alla seconda un versetto che richiama la vittoria del “partito di Dio”, espressione particolarmente significativa dato il nome stesso di Hezbollah. Anche la delegazione palestinese, in particolare quella di Hamas, avrebbe ricevuto un versetto dedicato ai credenti rimasti fedeli al patto con Dio e alla propria promessa.

In questo modo, il funerale non è stato soltanto una cerimonia religiosa e nazionale, ma anche una scena di diplomazia simbolica: ogni delegazione è stata accolta non solo come ospite politico, ma anche come destinataria di un messaggio costruito attraverso il linguaggio coranico.

Dall’altra parte, dopo anni di isolamento aereo, l’Iran ha inoltre inviato un proprio aereo a Sana’a per trasferire a Teheran i rappresentanti del governo legato agli Houthi, affinché partecipassero al funerale insieme a loro anche 200 pazienti, cittadini yemeniti necessitanti di cure mediche. Il volo ha assunto un forte valore politico e simbolico: ha permesso la presenza di una delegazione alleata e, allo stesso tempo, ha rappresentato una sfida all’isolamento aereo imposto allo Yemen da anni. In seguito, molti yemeniti si sono riuniti per ringraziare l’Iran, interpretando quel gesto come una rottura del blocco e un segnale di solidarietà regionale.

La scelta dell’inizio del funerale il 3 e il 4 luglio non può essere considerata casuale. Il 3 luglio richiama una delle pagine più traumatiche della memoria collettiva iraniana: il 3 luglio 1988 il volo Iran Air 655, un Airbus A300 in servizio tra Bandar Abbas e Dubai, venne abbattuto dall’incrociatore statunitense USS Vincennes mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz. Nell’attacco persero la vita tutti i 290 passeggeri a bordo, tra cui 66 bambini. Gli Stati Uniti espressero rammarico per la perdita di vite umane, ma non riconobbero mai formalmente la propria responsabilità né presentarono scuse ufficiali; solo nel 1996 accettarono di risarcire i familiari delle vittime nell’ambito del procedimento avviato presso la Corte Internazionale di Giustizia.

Nella memoria ufficiale iraniana, questo episodio viene oggi accostato anche alla tragedia della scuola di Minab e a quella di Lamerd, colpita il primo giorno della guerra del 2026, nella quale morirono più di 200 studenti. Anche in questo caso, secondo la narrazione iraniana, gli Stati Uniti non hanno riconosciuto ufficialmente alcuna responsabilità. Il richiamo al volo Iran Air 655 diventa quindi un elemento centrale della memoria politica iraniana: un simbolo di una lunga serie di tragedie nelle quali Washington, agli occhi di Teheran, non avrebbe mai assunto pienamente la responsabilità delle vittime civili.

Anche il 4 luglio assume un forte significato simbolico. Si tratta infatti del giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti, festa nazionale americana. Organizzare proprio in quella data il funerale nazionale di Ali Khamenei significa trasformare la cerimonia in un messaggio politico diretto: mentre gli Stati Uniti celebrano la propria nascita come nazione, l’Iran mette in scena il lutto nazionale per l’uccisione del proprio leader, dovuta all’azione congiunta degli Stati Uniti e di Israele. In questo modo, il funerale diventa anche una risposta simbolica a Washington: alla celebrazione della potenza americana, Teheran contrappone la memoria della propria sovranità ferita, il ricordo delle vittime civili e la narrazione della resistenza nazionale.

La partecipazione di milioni di iraniani ai funerali di Khamenei, svoltisi nell’arco di diversi giorni e ancora in corso, ha costituito una dimostrazione rivolta alla comunità internazionale: nessuno dovrebbe pensare di poter intervenire con leggerezza negli affari interni dell’Iran. Lo stesso Presidente americano Donal Trump, in un messaggio, avrebbe dichiarato di essere rimasto scioccato nel vedere gli iraniani piangere Khamenei, sostenendo di aver pensato che la popolazione iraniana lo odiasse. Anche questo dimostra, ancora una volta, l’incapacità americana di comprendere in profondità le questioni interne di un’intera popolazione, con le sue complessità storiche, religiose e politiche, soprattutto in un Paese come l’Iran. Per una parte della popolazione, Khamenei è ormai diventato un martire e una figura sacralizzata, ora paragonata al terzo Imam sciita, Imam Hossein, ucciso brutalmente insieme ai suoi compagni e familiari. Tuttavia, per una grande parte della popolazione iraniana, egli resta la figura che ha bloccato le riforme in Iran e ha ordinato la repressione dei manifestanti dal 1997 fino alle proteste più recenti dell’8 e 9 gennaio, durante le quali sono morti migliaia di iraniani, esasperati dalla situazione economica e sociale.

Il massacro dei manifestanti dell’8 e 9 gennaio 2026

Inoltre, la partecipazione di massa non può essere letta in modo univoco come consenso politico pieno verso Khamenei o verso la Repubblica Islamica dell’Iran. In Iran, lutto, religione, nazionalismo, paura dell’intervento straniero e memoria della guerra si intrecciano spesso in forme complesse. Proprio per questo, la presenza di milioni di persone al funerale va interpretata non solo come espressione di fedeltà ideologica, ma anche come manifestazione di sovranità nazionale in un momento di aggressione esterna.

Sebbene Khamenei avesse numerosi sostenitori in diversi Paesi e fosse rispettato da una parte significativa del mondo sciita, per molti iraniani resta soprattutto il simbolo di una leadership teocratica e autoritaria. Allo stesso tempo, la sua politica estera ha mostrato una linea strategica precisa: mantenere l’Iran il più possibile indipendente dalle potenze straniere e rafforzare la capacità interna del Paese, nonostante guerre, sanzioni e pressioni regionali e internazionali. In questi 47 anni la Repubblica Islamica dell’Iran ha cercato di costruire una propria strategia nazionale e regionale. Una strategia spesso contestata, ma fondata sui principi di autonomia, deterrenza e continuità del potere, che mira a garantire la stabilità dello Stato anche di fronte all’uccisione di una figura centrale come Khamenei e ad assicurare la gestione del Paese nei momenti di maggiore crisi.

Uno dei messaggi più importanti del funerale è stato quello del bey‘at, cioè il rinnovo del patto di fedeltà da parte dei sostenitori della Repubblica Islamica dell’Iran, e il possibile sostegno al figlio di Khamenei, Mojtaba, che non è mai apparso in pubblico dopo l’attacco del 28 febbraio. In questo contesto, il funerale assume anche il significato di una transizione controllata. La morte di Khamenei apre inevitabilmente la questione della successione alla Guida suprema, ma la coreografia del funerale, la presenza delle delegazioni internazionali e il richiamo al bey‘at sembrano voler comunicare che il sistema non è entrato in una fase di vuoto politico. Al contrario, la Repubblica Islamica cerca di mostrare continuità, disciplina interna e capacità di gestione della successione.

Il funerale ha avuto anche l’obiettivo di mostrare al mondo l’unità di un Paese sovrano. Come ha dichiarato il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, più di settanta Paesi avrebbero partecipato al funerale di Ali Khamenei. A livello nazionale, l’Iran ha dimostrato capacità di resistenza di fronte a questa guerra e ha mostrato di essere disposto ad andare fino in fondo, persino al rischio di distruggere l’intera regione. L’organizzazione di questo funerale è stata anche una dimostrazione di potere: il sistema ha voluto mostrare di essere riuscito a gestire sia l’invasione esterna sia il rischio di uno scontro interno.

Khamenei è stato ucciso quando aveva ormai superato gli ottant’anni. Dal 1989 ricopriva il ruolo di Guida suprema della Repubblica Islamica, dopo aver servito come terzo Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Era salito alla presidenza nel 1981, in seguito all’uccisione di Mohammad Ali Rajai da parte dell’organizzazione Mojahedin-e Khalq (MEK), e guidò il Paese durante gran parte della guerra tra Iran e Iraq.

Il funerale di Ali Khamenei ha quindi funzionato come un dispositivo politico complesso: rito religioso, lutto nazionale, prova di mobilitazione interna, messaggio diplomatico e dimostrazione di continuità del potere. Teheran ha cercato di trasformare la morte della sua Guida suprema in una scena di resistenza e sovranità, mostrando al tempo stesso la propria capacità di controllo interno e la propria rete di relazioni regionali e internazionali. Ma proprio questa monumentalizzazione del lutto conferma anche la natura ambivalente dell’eredità di Khamenei: per alcuni martire e simbolo della resistenza, per altri leader teocratico responsabile della repressione e della chiusura politica del Paese.