Quando una donna viene punita perché non vuole indossare il velo, si parla di imposizione religiosa. Quando viene esclusa dalla scuola perché desidera indossarlo, si parla di restrizione della libertà religiosa. Due situazioni apparentemente contrapposte, che finiscono però per incontrarsi sul medesimo terreno: quello di uno Stato che pretende di stabilire cosa una donna possa o non possa indossare. È quanto sta emergendo in questi giorni tra Iran e Azerbaigian, due Paesi confinanti, legati da profonde radici storiche, culturali e religiose, ma caratterizzati da modelli politici profondamente differenti.

Il 21 settembre 2026 il governo dell’Azerbaigian ha approvato nuove disposizioni sull’abbigliamento scolastico. Il provvedimento, che non menziona espressamente l’hijab, vieta gli elementi che alterano l’uniformità delle divise prescritte o risultano incompatibili con il principio della laicità dell’istruzione. Il 6 ottobre sono state approvate norme specifiche anche per l’abbigliamento degli insegnanti, che richiamano a loro volta il carattere laico dell’istruzione.

L’applicazione del provvedimento ha prodotto conseguenze concrete per numerose studentesse musulmane, alle quali è stato impedito di frequentare regolarmente le lezioni perché intenzionate a mantenere il velo. Restrizioni e pressioni sono state segnalate anche nei confronti delle insegnanti. Ne sono scaturite manifestazioni, proteste dei genitori e iniziative di solidarietà da parte di altri studenti. In alcuni istituti, anche i ragazzi hanno rifiutato di entrare in classe per sostenere le compagne escluse.

Il 12 ottobre il Ministero dell’Interno azero ha comunicato il fermo di 37 persone a Baku, contestando ad alcuni manifestanti comportamenti contrari all’ordine pubblico e interferenze con il funzionamento degli istituti scolastici. Secondo gli attivisti citati da Amnesty International i fermati sarebbero stati più di 200; la maggior parte sarebbe stata rilasciata poco dopo. Il governo difende il provvedimento richiamando il carattere costituzionalmente laico dello Stato e dell’istruzione pubblica. Le contestazioni, invece, sollevano una questione giuridica sostanziale: fino a che punto la neutralità religiosa delle istituzioni può tradursi in una limitazione della libertà individuale di studenti e insegnanti?

La Costituzione azera sancisce tanto la separazione tra Stato e religione quanto la libertà di coscienza e di culto. Principi che non sono necessariamente incompatibili, ma che oggi sembrano entrare in collisione nell’applicazione concreta delle nuove disposizioni.

Un Paese musulmano, uno Stato laico: le radici della controversia

Per comprendere la posizione del governo azero occorre partire da un’apparente contraddizione: l’Azerbaigian è un Paese a larghissima maggioranza musulmana (circa il 96% della popolazione), ma la sua identità istituzionale è profondamente laica. L’appartenenza all’Islam, spesso vissuta anche come elemento culturale, familiare e identitario, convive con un modello di Stato plasmato dall’esperienza sovietica e consolidatosi dopo l’indipendenza del 1991. Per le autorità di Baku, la separazione tra religione e istituzioni non rappresenta soltanto un principio costituzionale, ma anche uno strumento di tutela dell’autonomia politica nazionale e di contenimento delle influenze politico-religiose esterne, in particolare di quelle provenienti dal vicino Iran, con il quale l’Azerbaigian condivide profonde radici storiche e una significativa tradizione sciita.

In questa prospettiva, il governo azero ha progressivamente privilegiato un modello di Islam nazionale, tradizionale e politicamente subordinato alle istituzioni, guardando con diffidenza alle espressioni religiose percepite come possibili veicoli di influenza straniera o di mobilitazione politica autonoma. La controversia sull’hijab, del resto, non nasce nel settembre 2026: già nel dicembre 2010 una direttiva del ministro dell’Istruzione, motivata con l’obbligo delle uniformi scolastiche, aveva prodotto restrizioni all’uso del velo, provocando manifestazioni e contestazioni. Le disposizioni attuali si inseriscono dunque in una tensione che attraversa il Paese da quasi sedici anni.

Questo contesto storico e politico aiuta a comprendere la posizione di Baku, ma non può trasformarsi in una giustificazione indiscriminata delle sue conseguenze. Una studentessa che desidera mantenere il velo non rappresenta, per questo solo fatto, una minaccia alla laicità dello Stato.

È qui che la posizione delle autorità azere mostra la propria debolezza: nel tentativo di preservare la neutralità religiosa delle istituzioni, finisce per pretendere la neutralità religiosa delle persone che le frequentano. Ma una scuola laica non dovrebbe avere bisogno di cancellare le manifestazioni individuali della fede per affermare la propria indipendenza dalla religione. Quando l’uniformità dell’abbigliamento diventa motivo di esclusione dall’istruzione, la laicità smette di essere soltanto una garanzia istituzionale e si trasforma, nella sua applicazione concreta, in uno strumento di limitazione della libertà personale.

Due Azerbaigian, una storia comune

Il confronto assume un significato ancora più profondo se osservato attraverso la storia. L’Azerbaigian non è soltanto la Repubblica indipendente con capitale Baku. Esiste anche un Azerbaigian storico e culturale iraniano, che comprende importanti centri come Tabriz e Ardabil. In Iran vive inoltre una vastissima comunità di etnia azera, che molte ricostruzioni indicano come più numerosa dell’intera popolazione della Repubblica dell’Azerbaigian, ma la cui consistenza è oggetto di stime differenti. Le due comunità condividono lingua, tradizioni e un patrimonio culturale profondamente intrecciato, oltre ad una significativa appartenenza all’Islam sciita.

La separazione politica tra questi territori si consolidò nel XIX secolo, attraverso i trattati russo-persiani di Golestan del 1813 e Turkmenchay del 1828, che sancirono il passaggio di ampie regioni caucasiche sotto il controllo dell’Impero russo. Da quel momento, le rispettive società hanno seguito percorsi differenti, fino a sviluppare due modelli istituzionali quasi antitetici: da una parte la Repubblica Islamica iraniana, nella quale la religione occupa una posizione centrale nell’ordinamento politico; dall’altra l’Azerbaigian, che rivendica la propria identità di Stato laico.

La controversia sull’hijab riporta così alla luce una frattura storica che attraversa popolazioni culturalmente vicine, ma sottoposte a concezioni profondamente diverse del rapporto tra individuo, religione e potere.

Il paradosso iraniano: lo stesso velo, l’imposizione opposta

Nel vicino Iran la situazione appare speculare, ma richiede una precisazione fondamentale: il problema non è il velo, bensì l’obbligo di indossarlo o di toglierlo contro la propria volontà. Per milioni di donne musulmane, l’hijab rappresenta una scelta religiosa consapevole, un’espressione della propria identità o una consuetudine culturale vissuta liberamente. Indossarlo non significa necessariamente subire un’imposizione, così come scegliere di non indossarlo non significa rifiutare la religione.

Nella Repubblica Islamica, invece, l’hijab è obbligatorio per legge. Il controllo sull’abbigliamento femminile è diventato uno degli aspetti più controversi del sistema politico e religioso del Paese, soprattutto quando le norme vengono applicate attraverso controlli, sanzioni e forme di coercizione.

Nel settembre 2022, la morte della ventiduenne Mahsa Jina Amini, arrestata dalla polizia morale per una presunta violazione delle norme sul velo e deceduta dopo il fermo, provocò un’ondata di manifestazioni. Le circostanze della sua morte alimentarono proteste nazionali e internazionali, dando ulteriore impulso al movimento Donna, Vita, Libertà. Quel movimento non può essere ridotto ad una contrapposizione tra donne velate e donne senza velo: il suo significato più profondo riguarda la possibilità di autodeterminarsi, senza che lo Stato imponga una particolare condotta in materia di abbigliamento, fede e identità personale.

A quattro anni da quelle manifestazioni l’obbligo dell’hijab resta in vigore, ma la sua applicazione si è progressivamente allentata, soprattutto a Teheran e negli altri grandi centri urbani, dove la presenza di donne senza velo negli spazi pubblici è diventata sempre più frequente. Anche le pattuglie della polizia morale risultano oggi assai meno visibili rispetto al passato. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha inoltre frenato l’applicazione della nuova e più severa legge sull’hijab e la castità, approvata dal Parlamento ma mai entrata in vigore, nel timore che un ulteriore irrigidimento possa alimentare nuove tensioni sociali. Non si tratta di un’abolizione né di un riconoscimento giuridico della libertà di scelta, ma di una trasformazione significativa, che testimonia quanto la società iraniana sia cambiata dopo il 2022. Una crescente libertà di fatto nell’abbigliamento femminile convive così con l’obbligo legislativo, in un equilibrio ancora incerto tra istituzioni, osservanza religiosa e autodeterminazione individuale.

Il precedente dimenticato: il Kashf-e hijab e l’Iran che vietava il velo

Il confronto con l’Azerbaigian richiama anche un precedente significativo della storia iraniana, anteriore alla nascita della Repubblica Islamica. L’8 gennaio 1936, nell’ambito del programma di “modernizzazione” promosso da Reza Shah Pahlavi, padre dell’ultimo scià, venne ufficialmente affermata la politica del Kashf-e hijab, letteralmente «svelamento», che impose alle donne di abbandonare il velo nello spazio pubblico.

Presentata come una misura di “emancipazione e modernizzazione” della società, la politica venne applicata anche e soprattutto attraverso interventi coercitivi delle forze dell’ordine. Le testimonianze storiche raccontano di veli rimossi con la forza e di donne che, pur di non rinunciare alla propria osservanza religiosa, preferirono limitare drasticamente la propria presenza nella vita pubblica. L’applicazione del divieto si allentò nel 1941, con l’esilio di Reza Shah.

Il paradosso storico è evidente: tra il 1936 e i primi anni Ottanta, a meno di mezzo secolo di distanza, l’Iran è passato da una politica che imponeva alle donne di abbandonare il velo ad un ordinamento che ne ha progressivamente sancito l’obbligatorietà. Due politiche nate da visioni ideologiche opposte, ma accomunate dall’attribuzione allo Stato del potere di determinare l’abbigliamento femminile.

La controversia azera del 2026, pur differente per estensione e contesto, richiama proprio il primo di questi precedenti. Il confronto restituisce una prospettiva storica spesso trascurata: il controllo statale sull’abbigliamento femminile ha attraversato sistemi politici e ideologici profondamente differenti, assumendo nel tempo significati persino opposti.

Le reazioni iraniane e la risposta di Baku

La questione non è rimasta confinata alle aule scolastiche. Le restrizioni azere hanno provocato reazioni all’interno dell’Iran, dove esponenti religiosi e politici conservatori hanno espresso solidarietà alle studentesse musulmane. Secondo Press TV e Tasnim, il 17 ottobre l’ayatollah Alireza A’rafi, responsabile dei seminari iraniani, ha chiesto al governo azero di rispettare le richieste religiose della popolazione, mentre il deputato Mohammad Reza Mohseni Saani ha scritto alla Presidente del Parlamento azero, Sahiba Gafarova, perché le ragazze possano proseguire gli studi senza esclusioni discriminatorie. Alcuni ambienti conservatori iraniani hanno inoltre accusato le autorità azere di favorire un processo di occidentalizzazione contrario all’identità religiosa della popolazione.

La vicenda si inserisce in un quadro geopolitico già complesso, caratterizzato anche dalla storica diffidenza di Teheran nei confronti degli stretti rapporti strategici tra Azerbaigian e Israele. Alcuni media iraniani hanno tentato di ricondurre le restrizioni scolastiche proprio ad una presunta influenza israeliana. Un’interpretazione politica per la quale, tuttavia, sebbene ne esistano già ampi precedenti, non risultano ancora dimostrate, nel caso specifico, responsabilità dirette di Israele nell’elaborazione del provvedimento. Baku ha reagito denunciando possibili interferenze iraniane nei propri affari interni, accuse respinte dall’ambasciata di Teheran il 14 ottobre.

La controversia ha coinvolto anche la Turchia, tradizionale alleata dell’Azerbaigian. Oktay Saral, consigliere del Presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha criticato pubblicamente l’esclusione delle studentesse velate, provocando il 13 ottobre una dura risposta del partito di governo azero. Il Presidente Ilham Aliyev, senza citare direttamente Ankara, ha invitato a non interferire con lo stile di vita del Paese.

Una questione nata attorno all’abbigliamento scolastico si è dunque trasformata rapidamente in un caso politico e diplomatico regionale.

Il dibattito iraniano tra osservanza religiosa e libertà individuale

L’aspetto forse più significativo emerge dal dibattito interno iraniano. La vicenda azera ha riacceso il confronto tra conservatori, riformisti e oppositori dell’hijab obbligatorio. Secondo l’analisi di Amwaj.media, mentre gli ambienti più intransigenti condannano le nuove regole come anti-islamiche, chi in Iran contesta l’obbligo del velo ha colto l’occasione per sostenere che nessuna costrizione statale sull’abbigliamento femminile sia accettabile, sia che imponga il velo, sia che lo vieti.

La posizione introduce un elemento particolarmente significativo: la possibilità di difendere le rivendicazioni delle studentesse azere senza rinunciare a contestare l’obbligatorietà dell’hijab nella Repubblica Islamica. La vicenda diventa, in questo senso, anche un banco di prova della coerenza delle diverse posizioni politiche e religiose, chiamate a confrontarsi con un principio che supera i rispettivi confini nazionali.

Laicità e libertà religiosa: un conflitto inevitabile?

Il caso azero pone una questione che supera ampiamente i confini del Caucaso e del Medio Oriente. Uno Stato laico deve garantire che le proprie istituzioni non siano subordinate ad autorità religiose e che nessun cittadino sia obbligato ad aderire a una determinata fede. La tutela di questi principi, però, richiede di distinguere tra le regole che disciplinano il funzionamento delle istituzioni e quelle che incidono direttamente sulle convinzioni e sulle scelte personali di chi le frequenta.

Naturalmente, la libertà individuale non è priva di limiti. Ogni ordinamento può prevedere restrizioni giustificate, proporzionate e conformi ai diritti fondamentali. Il punto è stabilire se l’uniformità dell’abbigliamento scolastico costituisca una ragione sufficiente per arrivare a compromettere l’accesso all’istruzione o l’esercizio di una professione. Le critiche in Azerbaigian si muovono proprio su questo piano: secondo Eurasianet, i detrattori delle nuove norme sostengono che violino sia le garanzie costituzionali sulla libertà religiosa sia la legge sui diritti del minore adottata all’inizio del 2026.

È su questo terreno, prima ancora che sulla contrapposizione tra religione e laicità, che dovrebbe misurarsi la legittimità di simili provvedimenti.

Il velo non è il punto

La vicenda che oggi coinvolge Iran e Azerbaigian dimostra quanto un indumento possa trasformarsi in uno strumento di confronto politico, identitario e geopolitico. Eppure, al di là delle rispettive interpretazioni religiose, culturali e istituzionali, resta una domanda essenziale: chi deve decidere?

La donna che sceglie di togliere il velo in Iran e la studentessa che desidera mantenerlo in Azerbaigian non stanno necessariamente sostenendo la stessa visione della religione, della società o del ruolo femminile. Stanno però rivendicando qualcosa che dovrebbe precedere qualsiasi appartenenza ideologica: il diritto di non vedere la propria libertà personale subordinata ad un’imposizione arbitraria. Una società autenticamente libera non impone alle donne di velarsi, ma non le costringe nemmeno a svelarsi. Difende il diritto di entrambe a scegliere, senza trasformare né la religione né la laicità in strumenti di coercizione. Perché quando è il potere a decidere cosa una donna debba indossare, il problema non è più soltanto religioso o culturale. È, prima di tutto, una questione di libertà.


Fonti e approfondimenti

OSW – Centre for Eastern Studies, 15 dicembre 2010
https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/analyses/2010-12-15/protest-against-a-ban-wearing-hijab-schools-azerbaijan

IWPR – Institute for War and Peace Reporting, 17 dicembre 2010
https://www.ecoi.net/en/document/151359

EFE, 16 settembre 2026
https://efe.com/mundo/2026-09-16/iran-restricciones-vestimenta-mujeres-libertad/

Al Jazeera, 12 ottobre 2026
https://www.aljazeera.com/news/2026/10/12/azerbaijans-school-hijab-ban-whats-behind-it-and-whats-next

Reuters – Internazionale, 13 ottobre 2026
https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/13/azerbaijan-s-governing-party-defends-school-uniform-rules-after-hijab-dispute

Al Jazeera, 14 ottobre 2026
https://www.aljazeera.com/news/2026/10/14/tensions-with-teachers-pupils-and-turkiye-inside-azerbaijans-hijab-row

Radio Free Europe/Radio Liberty, 14 ottobre 2026
https://www.rferl.org/a/azerbaijan-hijab-ban-school-religion-education/33876714.html

Meduza, 14 ottobre 2026
https://meduza.io/amp/en/feature/2026/10/14/schools-in-azerbaijan-are-barring-girls-who-wear-hijabs-from-class-some-of-their-male-classmates-are-refusing-to-attend-in-solidarity

Tasnim, 14 ottobre 2026
https://www.tasnimnews.ir/en/news/2026/10/14/3723121/embassy-rejects-azeri-ngo-s-allegations-against-iran

Amwaj.media, 15 ottobre 2026
https://amwaj.media/en/media-monitor/hijab-restrictions-in-azerbaijan-reignites-iranian-debate-on-coercion-and-choice

Eurasianet, 15 ottobre 2026
https://eurasianet.org/azerbaijan-and-turkey-spar-over-hijab-ban

Amnesty International, 16 ottobre 2026
https://www.amnesty.org/en/latest/news/2026/10/azerbaijan-stop-denying-access-to-education-through-discriminatory-hijab-restrictions-and-release-peaceful-protesters/

Press TV, 17 ottobre 2026
https://www.presstv.co.uk/Detail/2026/10/17/778555/Iran-MP-Motahari-Azerbaijan-hijab-ban

Tasnim, 18 ottobre 2026
https://www.tasnimnews.ir/en/news/2026/10/18/3725763/iranian-mp-urges-azerbaijan-to-guarantee-education-rights-of-hijab-wearing-girls