Dopo le ormai celeberrime dichiarazioni di Trump sulla volontà di eliminare un’intera civiltà allo scadere del proprio ultimatum, è calata una lunga, ma non immobile, notte sull’Iran.
Mentre negli Stati Uniti sono andate allargandosi le schiere dei senatori – soprattutto democratici, ma anche repubblicani – che chiedono l’applicazione del 25° emendamento, gli iraniani hanno proseguito la loro quotidianità attendendo l’esito di un gioco degli scacchi dagli sviluppi e dalle volontà sempre più imprevedibili.
Durante la serata, hanno iniziato a diffondersi online immagini di catene umane riunitesi intorno a diversi siti iraniani minacciati dagli attacchi; sebbene la propaganda israeliana e statunitense abbia immediatamente strumentalizzato la notizia bollandola come l’ennesimo tentativo del governo iraniano di usare scudi umani, diverse fonti interne raccontano la propria spontanea adesione come la volontà di “fare il minimo per difendere la terra che amiamo”, a testimonianza del bisogno di solidarietà e coesione che permea i momenti di crisi. Non a caso, molte analisi suggeriscono che, contrariamente a quanto previsto, il conflitto potrebbe portare a un ulteriore compattamento e rafforzamento del governo iraniano, in particolare dell’ala dei Pasdaran, come già avvenuto durante la guerra con l’Iraq negli anni Ottanta. Un ulteriore segnale – nonché esito – di questa tendenza è la parallela escalation del fronte diasporico, favorevole al proseguimento della guerra, i cui interessi verrebbero messi a repentaglio da una eventuale tregua duratura.
Poco prima della scadenza dell’ultimatum, ha iniziato a circolare la notizia di una tregua di due settimane, mediata dal Presidente pakistano Shehbaz Sharif, nuova personalità emergente sullo sfondo della guerra in corso. Composto da dieci punti, l’accordo include diverse condizioni precedentemente rifiutate da Trump, tra cui il proseguimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e la sospensione delle sanzioni nei confronti del Paese. Le altre clausole proposte dall’Iran consistono nell’interruzione delle ostilità nella regione, compreso il Libano, e il conseguente ritiro statunitense, oltre che lo scongelamento degli assetti finanziari iraniani da parte degli Stati Uniti e il risarcimento dei danni subiti durante il conflitto. Il controllo dello Stretto di Hormuz rappresenta un nodo centrale per ambo le parti: la capacità di gestione e la possibilità di concedere il passaggio alle navi alleate sono una pedina imprescindibile che difficilmente Teheran sarà disposta a negoziare e che Trump ambisce a manovrare.
La formalizzazione della tregua è stata rivendicata e accolta come un successo da entrambe le parti, ma ha prevedibilmente suscitato il malcontento israeliano, i cui attacchi a Gaza e nel sud del Libano proseguono ininterrottamente. Il giorno successivo all’annuncio, Israele ha continuato infatti, nell’impunità totale, la propria offensiva nel paese dei cedri, fregiandosi di un record dal sapore genocidario: oltre cento bombardamenti su zone densamente popolate, nel giro di pochi minuti, nell’ambito dell’operazione Eternal Darkness, hanno causato 357 vittime, il numero più alto mai registrato dall’inizio dell’anno. Una testimone libanese ha descritto l’evento come “il dispiegarsi di un inferno”, strettamente legato alla durata della tregua tra l’Iran e gli Stati Uniti.
Molti dubbi rimangono sulla tenuta dell’accordo e, soprattutto, sulla volontà dell’amministrazione statunitense, nota per la propria inaffidabilità in materia, di mantenerlo. Durante il fine settimana si terranno ad Islamabad le prime negoziazioni dirette nella storia della Repubblica Islamica, volte a definire le condizioni e i termini per il proseguimento della tregua e il suo sviluppo. I nomi delle personalità politiche che saranno presenti lasciano intuire la serietà e portata storica dell’evento; la fiducia reciproca è storicamente molto bassa e l’estrema polarizzazione delle rispettive percezioni del conflitto contribuiscono a esacerbare ulteriormente la situazione.
Da monitorare soprattutto la risposta di Tel Aviv, i cui interessi regionali si fondano sulla crescente destabilizzazione iraniana, e che potrebbe avanzare ulteriori rivendicazioni agli Stati Uniti in cambio di un mancato sabotaggio della tregua. Secondo un’inchiesta del New York Time datata 7 aprile, difatti, il peso specifico di Israele nel processo decisionale della Casa Bianca è assai più consistente di quanto sospettato fino ad oggi e si compone di pressioni volte a convincere Trump della fattibilità e convenienza di un conflitto armato contro l’Iran, presentato come paese disunito, vulnerabile e facilmente soggiogabile.
Già Tucidide affermava: “la storia si ripete”. In Revolutionary Iran, Micheal Axworthy mostra come gli analisti e i policymaker americani abbiano sistematicamente frainteso la natura della Rivoluzione del 1979, affidandosi quasi esclusivamente alle fonti legate alla famiglia Pahlavi, leggendo la realtà attraverso le proprie lenti interpretative e sottovalutando il potere carismatico di Khomeini. Se fosse stato presente all’incontro tra Trump e Netanyahu, le domande che Axworthy probabilmente si porrebbe sarebbero le seguenti: chi parla persiano nella stanza? Chi conosce la storia interna iraniana, le fratture tra Pasdaran e clero, le nuove strategie comunicative implementate per accattivarsi il pubblico internazionale e il fermento della società civile? Se, come è probabile, la risposta è “nessuno di rilievo”, ci ritroviamo di fronte al tragico ripetersi storico della medesima miopia.
