Incontrando alcuni giornalisti, Sabouri risponde sulle critiche del Presidente USA. Al quale indirettamente assicura che Teheran non rinuncerà mai ai suoi diritti legittimi. Ma per trovare alleati anche in Europa la Repubblica Islamica dovrebbe dare segnali anche sul piano interno, scarcerando i dissidenti e fermando le esecuzioni capitali.

Di Donald Trump non ci si può fidare. Lo sanno bene gli iraniani, visto che nel 2018 si è ritirato da un accordo sul nucleare faticosamente costruito, e visto che in meno due anni ha partecipato a due guerre contro l’Iran volute da Israele, facendo o lasciando partire i primi attacchi proprio mentre negoziava con Teheran. Dire che la principale e preliminare questione sia la fiducia, anche in questa ripresa dei colloqui attesa prima dello scadere del cessate il fuoco, è dire poco.

D’altronde, che di Trump non ci possa fidare lo ha appena sperimentato proprio la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dopo essere stata generosamente elogiata dal Presidente degli Stati Uniti e avere mostrato di essere fra i suoi più convinti alleati in Europa, si è ritrovata a subirne i ripetuti attacchi. La sua colpa, non essere andata nemmeno lei in soccorso degli USA ormai infilatisi nel collo di bottiglia di una guerra non concordata con nessun alleato europeo, e da cui ora faticano a uscire.

L’ambasciatore Sabouri a Meloni, Trump va preso con le pinze

Si è lasciato andare ad un commento sul tema anche l’ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sabouri, interpellato in un incontro con alcuni giornalisti e accademici invitati ieri nei suoi uffici di Via Nomentana:

“Non so cosa ci si possa aspettare da una persona (Trump, ndr.) che magari non è completamente equilibrata. Come si dice in italiano, “bisogna prenderlo con le pinze” sia quando parla bene sia quando parla male. Se oggi parla bene di qualcuno, è possibile che domani ne parli male, e viceversa”.

Ma la battuta è giunta solo alla fine di una lunga conversazione in cui l’ambasciatore non solo rispondeva alle domande, ma ascoltava anche pareri sulla guerra e sulle possibili via d’uscita dalla crisi. Non prima, tuttavia, di avere premesso che, in questa guerra che non ha cominciato, l’Iran ha ben presente “il confine tra dignità e umiliazione”. Le responsabilità del conflitto, ha proseguito, vanno cercate nelle “politiche interventistiche e bellicose degli Stati Uniti e di Israele”, giustificate da “informazioni false e costruite ad hoc” – con probabile riferimento alla presunta intenzione dell’Iran di dotarsi in breve tempo di un’arma nucleare. Ma ora – ha aggiunto Sabouri – “mi auguro che ci si orienti verso la pace e il riconoscimento dei diritti dell’Iran”.

Senza dubbio l’Iran è il Paese aggredito e ha visto, solo in quest’ultima guerra, la morte di 3.636 persone- secondo l’ultimo bilancio della Hrana – fra le quali almeno 1.700 civili e 254 bambini. Molti di questi ultimi sono morti sotto le macerie, tra le 185 vittime dell’attacco alla scuola elementare di Minab: li ricorda un grande pannello affisso sul muro esterno dell’ambasciata. Stati Uniti e Israele hanno inoltre causato danni all’economia per circa 270 miliardi di dollari, somma equivalente al 57% del PIL e ad oltre cinque volte le entrate petrolifere annuali. Secondo una analisi proveniente da Teheran di cui riferisce Tehran Bazar, la ricostruzione potrebbe richiedere almeno cinque anni.

Ma la Repubblica Islamica, se vuole trovare alleati convinti, anche in Europa, nella ricerca di una soluzione che scongiuri lo spettro di una guerra permanente, deve anche dare segnali sostanziali sul campo del rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Tanto più ora che diverse capitali europee stanno prendendo le distanze dall’alleato americano proprio in seguito all’avventuristica follia di questa guerra. E dato che fra le prime preoccupazioni manifestate in Europa vi è quella del rispetto dei diritti, le autorità iraniane dovrebbero liberare dissidenti e prigionieri politici, a cominciare dalla Premio Nobel Narges Mohammadi e dall’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh. E decidere anche una moratoria delle esecuzioni, che sono continuate in tempo di guerra e hanno riguardato anche alcuni protagonisti delle proteste di gennaio.

La Repubblica Islamica trovi un accordo per la pace, ma faccia anche la pace con i suoi cittadini

La Repubblica Islamica dovrebbe cioè porre fine a quella “guerra contro il proprio popolo” denunciata nei mesi scorsi dalla stessa Mohammadi. “Dopo la guerra dei Dodici giorni – scriveva l’attivista sul Time prima del suo ultimo arresto e della nuova condanna – il popolo iraniano si è trovato stretto tra la guerra del regime contro il proprio popolo e la guerra tra i governi della Repubblica Islamica e di Israele. Dittatura e guerra sono le due facce di una stessa medaglia”.  La scarcerazione di Mohammadi è ora tanto più necessaria, considerato l’aggravarsi delle sue condizioni di salute – hanno riferito i suoi avvocati e familiari – dopo un attacco di cuore il mese scorso. Quanto a Nasrin Sotoudeh, di nuovo arrestata il primo aprile da agenti dell’intelligence che l’hanno trasferita in un luogo ignoto, è di questi giorni l’appello di 30 associazioni di esperti legali per la liberazione sua e del marito Reza Khandan, anche lui attivista per i diritti umani e in carcere dal dicembre 2024. Ma questi sono solo tre nomi fra i tanti che sono stati arrestati anche in questi ultimi mesi. Per quanto giustamente denunci le violazioni del diritto internazionale compiute ai suoi danni da USA e Israele, la Repubblica Islamica sa bene che deve a sua volta rispettare il diritto al suo interno, assicurando processi equi e trasparenti nei confronti degli oppositori, e liberando tutti quelli che non hanno compiuto crimini ma solo manifestato pacificamente il proprio dissenso.

Dopo aver ascoltato anche questo parere, espresso da alcuni degli invitati all’incontro di ieri, l’ambasciatore Sabouri ha ricordato la “guerra imposta” cominciata con l’invasione da parte dell’Iraq nel 1980; la penetrazione di terroristi attraverso regioni di confine come il Kurdistan e il Baluchistan (“terroristi creati dalle intelligence occidentali”, ha sottolineato); la recente affermazione dello stesso Trump secondo cui gli USA avrebbero inviato armi ai manifestanti iraniani attraverso mediatori curdi. “Il sistema occidentale vuole che l’Iran sia debole”, ha affermato Sabouri, aggiungendo che Teheran non farà passi indietro “senza vedere riconosciuti i propri interessi legittimi”.  Tutti argomenti solidi e fondati, tanto più che sono stati gli stessi servizi segreti israeliani a rivelare, già durante le ultime proteste di dicembre-gennaio, represse brutalmente nel sangue con migliaia di morti tra i manifestanti. Ma che non devono certo coprire con l’etichetta di terroristi e di agenti del nemico chiunque protestasse allora per la gestione politica e dell’economia da parte delle autorità della Repubblica Islamica, o manifesti tuttora il suo dissenso.

Lo stesso governo ha dichiarato di aver compiuto circa 1.500 arresti dall’inizio della guerra, hanno denunciato alcune organizzazioni per i diritti umani, segnalando che per molti degli arrestati non sono note né le accuse né i luoghi di detenzione. “La minaccia di ulteriori arresti e l’equiparazione pubblica del dissenso alla sedizione, un’accusa che può comportare la pena di morte, sono diventati elementi centrali della strategia della Repubblica Islamica per instillare paura nella popolazione ed estirpare il dissenso interno”, segnala in particolare il Center for Human Rigths in Iran, basato a New York, in un lungo e dettagliato rapporto. Che non può essere liquidato solo con il pur corretto argomento del doppio standard occidentale sul tema dei diritti umani, né con il principio dell’indipendenza della magistratura. Certo, questi temi non risultano al centro dei prossimi negoziati con gli Stati Uniti, evidentemente poco interessati ai diritti di quegli stessi iraniani che hanno preferito bombardare e minacciare di apocalittiche distruzioni. Ma certamente sono ben presenti a quegli iraniani in patria e all’estero che durante la guerra – a differenza di troppi falsi patrioti della diaspora che invocavano le bombe per il cambio di regione – hanno messo al primo posto il proprio senso di appartenenza nazionale, rispetto alle critiche anche radicali verso il proprio governo. Se, dunque, riusciranno infine a trovare un accordo di pace con il bullo della Casa Bianca, le autorità iraniane facciano pace anche con i propri cittadini: cominciando con il rimettere in libertà quelli rinchiusi in carcere solo per il loro pacifico dissenso con il regime.